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Interventi · 25 Aprile 2006

Spunta il cugino americano: “Trattatelo bene”

Da: La Stampa — 25 Aprile 2006 · IT

Frank Provenzano, magnate delle costruzioni, ha allertato la Croce Rossa perché siano garantite “salute e dignità di Bernardo” «Dicono che comanda Cosa nostra? Molte volte si creano autentiche leggende»

E adesso spunta pure il cugino americano di Binu Provenzano, il capo dei capi di Cosa nostra. Che si è allarmato, preoccupato per le condizioni di vita e di salute in carcere del «primo cugino che per me è come se fosse mio padre». Frank Provenzano ha alzato il telefono, ha spedito email per chiedere con urgenza di intervenire, e alla fine Massimo Barra, presidente della Croce rossa, lo ha rassicurato: «Tutti i detenuti hanno il diritto di un trattamento umano e non degradante».

Insomma, il cugino Frank di San José, California, amministratore delegato di una grossa impresa finanzia ria e di costruzioni, «Corptocorp», «emigrato quando ero bambino con i nonni, essendo orfano di entrambi i genitori», si fa vivo per dire che teme che il vecchio Bernardo Provenzano, malato, bisognoso di cure, soffra in carcere e che rischia addirittura di non arrivare al processo. Si raccomanda, Frank Provenzano, che le sue affermazioni vengano riportate correttamente, che rispettino la sua persona, la professionalità e dignità anche della impresa che rappresenta.

Non è reticente o guardingo al telefono, si tranquillizza quando viene a sapere che i suoi numeri telefonici li ha girati il presidente della Cri, Barra. Di sé dice che è cieco e che è uno che conta: «Sono abbastanza potente negli Stati Uniti. Non mi fraintenda, lo dico con umiltà, ma sono abbastanza potente. Posso ottenere molte cose. Forse mio cugino ha bisogno di un dottore, di una coperta…..». Italia come terzo o quarto mondo? Il dubbio che l’immagine del nostro Paese arrivi di storta Oltroceano è forte. Ma si scioglie subito. Frank il cugino risponde così all’obiezione che secondo i legali di Binu ‘u tratturi parenti americani non esistono: «Sono emigrato quando ero molto piccolo, con i nonni, perché i miei genitori morirono. E ci fermammo a New Orleans. Sono tornato a Corleone l’anno scorso. Se mi da una email le mando le fotografie. A Corleone ho visto parenti e amici. Ho avuto difficoltà a comunicare, per via che l’italiano lo parlo male….. ».

Che il problema sia solo quello di comunicazione? Frank Provenzano sa che l’Italia è un paese che rispetta i diritti civili? Che la tortura in carcere è un reato gravissimo? Che esiste sì il regime speciale del 41 bis per i detenuti pericolosi? Insomma, sa che il cugino Binu è ritenuto il capo dei capi di Cosa nostra? «Cosa nostra? A volte si creano delle leggende che si aumentano, che crescono su se stesse. Molta gente ha detto molte cose diverse a proposito di differenti membri della mia famiglia». Bella risposta, come uno se l’aspettava dal cugino Frank. Che, naturalmente, della mafia non sa assolutamente nulla: «Non posso parlare di mafia perché non ne so nulla. Ho soltanto cercato di riallacciare i rapporti con la mia famiglia. A me preoccupa – ripete – la salute fisica e mentale di un uomo anziano, fragile, che potrebbe risentire della condizione carceraria. Sa, il carcere è un gran brutto posto. Nei confronti di mio cugino ho lo stesso affetto che provo per tutti i miei parenti rimasti in Italia».

I parenti sono sempre i parenti. Frank dice di avere incontrato il cugino soltanto nella infanzia: «Ha 73 anni, sta in mezzo tra mio padre e me, come età. E’ come se fosse mio padre, è un fratello maggiore. Faccio per lui quello che vorrei che lui facesse per me se mi trovassi io nella sua condizione». Binu Provenzano ieri ha ricevuto la sua famiglia in carcere, a Terni. Lui, Frank, preoccupato ha deciso di rivolgersi alla Cri, «perché mi fido di loro, che ho apprezzato girando il mondo».

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