Sono 111 da gennaio, uno su cinque a Roma. Muoiono i vecchi che non sanno smettere, ma anche i giovani che si bucano per calmarsi dopo micidiali cocktail a base di pasticche.
L’ultimo era un uomo di 45 anni. Viveva solo in un appartamento del Tufello, quartiere di Roma: quando l’ha trovato la sorella era spirato già da ore. Era seduto accanto al letto, aveva una siringa nel braccio. Scontata la diagnosi: overdose di eroina. Centoundici vittime dall’inizio dell’anno in tutta Italia, calcolano le statistiche del la Direzione centrale per i servizi antidroga del ministero dell’Interno. Uno su cinque nella capitale. «Il funerale dell’eroina è stato celebrato troppo presto» commenta Massimo Barra, presidente della Croce rossa e direttore di Villa Maraini, storica struttura per l’aiuto e l’assistenza ai tossicodipendenti nella capitale.
«C’è un aumento dei casi di overdose: le nostre unità di strada lo hanno registrato». Tra il 1° gennaio e il 17 aprile in 48 si sono salvati grazie all’intervento delle équipe di Villa Maraini. Solo che sia a gennaio sia a febbraio si erano contati nove interventi per overdose al mese. A marzo un’impennata: 16 casi. E altri 13 nelle prime due settimane di aprile. Che succede? Il 62 per cento delle vittime, dal 1° gennaio al 20 aprile, segnala la Direzione centrale antidroga, aveva più di 35 anni. Analizza Barra: «La cocaina è diventata trendy, ma ci sono vecchi tossicodipendenti che alternano coca ed eroina e anzi utilizzano la seconda come contravveleno quando strippano per eccesso di coca in vena. E’ un comportamento molto pericoloso perché, quando tornano all’eroina, con i recettori “puliti”, diventano più sensibili e rischiano di andare in overdose. Anche perché, probabilmente, per ora c’è in giro droga “buona”». C’è un’altra cattiva novità ed è che all’eroina tornano a rivolgersi i più giovani. «I ragazzetti» li chiama Barra.
«Quelli che, andati fuori di testa con sostanze di ogni tipo, dai funghetti alla ketamina, all’ecstasy, scoprono che il rimedio migliore per spegnere l’incendio è l’eroina. La prendono e rifiatano». Ragazzi tra i 21 e i 24 anni erano i tre amici pugliesi morti a Putignano, provincia di Bari, la domenica di Pasqua. Marco Miccolis, 24 anni, Giuseppe Degiorgio, 23 anni, panettiere, e la sua fidanzata Ilaria Cervelli, 21 anni, sono stati uccisi da un cocktail di droghe, prima fra tutte l’eroina. Erano appena tornati a casa per le vacanze, ma vivevano tutti e tre a Roma. E c’è il dubbio che proprio nella capitale avessero comperato la droga che li ha stroncati. «Si osserva una diminuzione di soggetti giovani che nella vita riferiscono di avere utilizzato eroina una o più volte» aveva segnalato, forse con troppo ottimismo, l’ultima Relazione annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze redatta dal Dipartimento nazionale per le politiche antidroga.
«Negli ultimi 12 mesi» continua il documento «l’uso di eroina si riduce alla metà della frequenza rilevata nel 2001, evidenziando una significativa riduzione che interessa giovani tra i 15 e i 24 anni». Tra gli 11 tossicodipendenti in overdose soccorsi alla stazione Termini dai volontari di Villa Maraini, quattro avevano meno di 30 anni. Segnala Roberto Chiarelli, responsabile delle unità di strada della struttura: «I vecchi tossici si davano dei limiti, le nuove leve non ne hanno». Il grande alveare di Termini è il miglior luogo d’osservazione dei mutamenti nel consumo. Un esempio: fra gli 11 soccorsi, 5 sono stranieri. E la maggioranza, 7 persone, ha ammesso di avere consumato altre sostanze insieme con l’eroina, soprattutto alcol e benzodiazepine. Termini è anche l’approdo dei nuovi traffici.
Racconta Chiarelli: «Arrivano da Napoli per vendere l’eroina. Lì costa meno ed è più buona: con 12 euro si fanno in tre e sono belli sconvolti. Così acquistano un poco di “pallette” e le vengono a rivendere nella capitale». Dopo Roma, Napoli è la seconda città d’Italia per numero di vittime della droga: 15 in tre mesi. Ma le trasferte dei piccoli spacciatori dalla Campania alla capitale confermano un dato che, agli esperti, è noto da tempo. «Roma è un grande porto, davvero una città aperta, sulla quale converge una sorta di pendolarismo del disagio» sostiene Guglielmo Masci, direttore dell’Azienda comunale per le tossicodipendenze. «Il mercato romano conosce una grande promiscuità di sostanze e un’enorme frammentazione. Tra gli spacciatori in grande e il piccolo consumatore corre una catena molto lunga e questo fa sì che la roba che gira, alla fine, possa essere o troppo o troppo poco tagliata». Per Masci, questo spiega perché nel Lazio il numero dei morti per droga sia praticamente stabile negli ultimi cinque anni (129 nel 2005, contro i 132 del 2000) mentre in regioni come l’Emilia-Romagna si è ridotto di un terzo e in Lombardia è crollato dalle 145 vittime del 2000 alle 41 del 2005.
Osserva Masci: «Paradossalmente è il gran numero di servizi sul territorio a calamitare sulla città un gran numero di persone in difficoltà, non ultimi gli stranieri». Dal suo osservatorio Chiarelli azzarda una previsione: «Se si va avanti con questo ritmo, a Roma segneremo a fine anno almeno 140 morti». Sarebbe un balzo drammatico, per giunta all’ombra delle nuove norme che hanno inasprito le pene per lo spaccio, equiparando droghe leggere e pesanti. Del resto, segnala la Direzione antidroga del Viminale, negli ultimi 10 anni il numero delle vittime della droga è andato declinando fino al 2002, riducendosi di un terzo (dai 1.566 morti del 1996 a 520) e ha poi ripreso a crescere, fino a toccare quota 603 alla fine del 2005. «Ma muoiono gli eroinomani, che autorità e pubblico preferiscono rimuovere.
Almeno fino a quando non se ne trovano uno in casa» commenta Barra. E invita a sottolineare un aspetto: «I morti sono per lo più vecchi, come se l’organismo, a un certo punto, rifiutasse lo stress indotto dalle sostanze. Sono meccanismi strani, poco studiati, poco conosciuti. Dopo 12, 15 anni la gente smette: se ce la fa, esce dalla droga; se no, muore. E questo è sicuramente un buon motivo per apprezzare le strategie di riduzione del danno». Ovvero, quel complesso di pratiche che, invece di punire il tossicodipendente, puntano ad aiutarlo a farsi meno male possibile. «A un certo punto, per fortuna, le persone si stufano: invece che amore, provano odio per la sostanza» sostiene Barra. «Ne conosciamo tantissimi che sono stati eroinomani, oggi non lo sono più e sono perfettamente inseriti nella società: sono medici, professionisti, infermieri. Solo che bisogna farceli arrivare vivi al momento in cui non ne possono più della droga». A Roma, oggi, sembra un poco più difficile.