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Interventi · 11 Giugno 1991

Tante risposte diverse perché non sia solo “emergenza”

Da: ASPE, Disagio Pace Ambiente — 11 Giugno 1991 · IT

Un operatore dei servizi tossicodipendenze ed uno della Fondazione Villa Maraini a confronto sulla situazione dei servizi per lÕAIDS. La centralità del sostegno psicologica e della prevenzione

Due operatori a confronto sul tema del rapporto tra consumo di droga per via endovenosa e contagio da virus Hiv e sulle risposte che i servizi hanno fino ad oggi dato ai tossicodipendenti sieropositivi e malati di Aids. Abbiamo intervistato Mario Santi, che svolge la sua attività a Firenze, ed è membro del CNOT, Coordinamento nazionale operatori tossicodipendenze, e Massimo Barra, fondatore di Villa Maraini, a Roma, un complesso di strutture che, sotto l’egida della Croce Rossa, operano sulla tossicodipendenza con servizi diurni, cooperativa di lavoro, attività sul carcere, un centro di documentazione, una linea telefonica per le richieste daiuto.

D. – Quando avete cominciato a misurarvi con il problema dell’Aids e quali sono state le prime risposte che la struttura in cui operate ha fornito?

M. Santi, R. – A Firenze tutto è cominciato nel 1985/86. Non abbiamo attrezzato il servizio in modo specifico, perché l’Aids si è inserito in una presa in carico che già era operante, sull’educazione sanitaria, la sperimentazione con la morfina, il discorso sulla pericolosità dello scambio delle siringhe. L’impegno di modificare gli stili di vita era presente giˆ per l’epatite, cui è poi subentrato, certo drammaticamente, l’Aids.

M. Barra, R. – L’Aids è esploso come una bomba, è una variabile con la quale non avevamo pensato di dovere fare i conti, anche dal punto di vista della nostra stessa tenuta come operatori. Ma come problema è cresciuto progressivamente, anche tra gli stessi ragazzi; all’inizio non c’era il panico, perché si distingueva molto nettamente tra sieropositività e malattia conclamata, non se ne sapeva molto. Noi in quanto medici, con un intervento fortemente sanitarizzato, che presta attenzione al benessere della persona più che al sintomo contingente della droga, non siamo stati del tutto presi in contropiede, avendo affrontato, per esempio, l’epatite B e C, per la quale si può anche morire. Per chi non riesce a disintossicarsi, noi non abbiamo mai avuto problemi ad usare il metadone, non abbiamo atteggiamenti dogmatici e questo ci ha facilitato nell’impatto con la sieropositività.

D. – Quali sono le richieste dei tossicodipendenti sieropositivi al servizio e quale, oggi, la strategia che seguite?

M. Santi, R. – Mi sembra che spesso la persona sieropositiva abbia da subito, in forma marcata, un senso di morte che la porta a non avere più interesse alla prosecuzione del piano terapeutico. Nel rapporto con il servizio aumenta la domanda di sostegno psicologico e sociale. Ci troviamo spesso a convincerli a mantenere le loro relazioni, la vita chi coppia, hanno paura dell’isolamento, chi perdere il lavoro. Per quanto riguarda l’uso di droga, ricordo che nell’85-Õ86 qualcuno diceva “fra tanti guai per lo meno l’Aids frenerà la domanda di droga”. Questo non è accaduto affatto, e oggi ci troviamo anzi a discutere se per casi di Aids conclamata, quando permanga la scelta di bucarsi, sia meglio lasciare la persona al mercato clandestino e alla siringa socializzata o se convenga aumentare il dosaggio del metadone per evitare tutto

M. Barra, R. – Tra i tossicodipendenti c’è chi risponde con scelte “salutiste” e vuole curarsi e chi invece trova nell’eroina un ottimo farmaco antidepressivo. Noi non siamo certo propagandisti dell’eroina come soluzione, ma cerchiamo una risposta equilibrata, per quanto si possa esser equilibrati in una situazione in cui il buco appare il male minore rispetto alla irreversibilità della malattia. Uno deve prima di tutto star bene nella sua pelle, come si dice, e questo ci porta a stare attenti anche ai successi parziali, senza demonizzare la droga come unico nemico e unica fonte di tutti i mali. Nonostante la legge 162 non abbia facilitato la somministrazione del metadone, se vogliamo farne uso tutto sommato ci è possibile. Certo, sarebbe meglio poter raggiungere le persone a domicilio, avere una gestione un po’ più liberale. La legge teme il fenomeno del mercato grigio, e certo in parte potrebbe verificarsi, ma non credo che sarebbe poi una cosa apocalittica, non mi pare da enfatizzare. Altra cosa importante, il lavoro di counseiling per le strade: è un progetto che abbiamo da tempo, per ora funziona solo una linea telefonica, e quando ci chiamano interveniamo con una macchina delle Croce Rossa.

D. – Come agite sul terreno della prevenzione? Quali sono secondo voi le iniziative da intraprendere o potenziare?

M. Santi, R. – Per quanto riguarda evitare l’uso collettivo delle siringhe, non vedo differenze tra una vendita di fatto liberalizzata, come qui a Firenze, e la distribuzione gratuita ad opera di macchinette eventualmente installate dal comune. Quel è la differenza tra l’andare in farmacia a comprare una siringa nuova ed andare in un posto dove ti danno una siringa nuova contro quella vecchia? Se uno non ha intenzione di farlo, non ha maturato la necessità di farlo, non perde tempo né in un caso né nell’altro. Diverso se la distribuzione avviene con un lavoro di strada, se si cerca di prendere contatto con i tossicodipendenti che non vanno ai servizi. Importante, invece, l’educazione sessuale, il discorso sull’affettività, su certi significati da attribuire alla sessualità. Dire solo “sesso sicuro” lo trovo francamente privo di senso, lascia il tempo che trova. La prevenzione è un’acquisizione culturale, per questo è importante l’educazione sessuale tra gli adolescenti; a loro non vanno presentati messaggi terroristici sull’Aids, non servono a nulla, non ci si riconoscerebbero mai. Il servizio, poi, deve curare molto il rapporto con i tossicodipendenti sieronegativi, approfondire le loro perplessità sulle informazioni avute. Molti non credono che l’Aids non si prenda evitando certi comportamenti, e qui scontiamo il grande ritardo del lavoro di prevenzione che esisteva già prima dell’Aids.

M. Barra, R. – L’informazione gioca un ruolo determinante, per questo enfatizzo molto il lavoro di strada, in cui vengano coinvolti anche gli ex tossicodipendenti, perché hanno una maggior facilità di comunicazione, sono motivati e conoscono quel mondo. E un lavoro che consente di raggiungere quelli che al servizio non ci vengono e non ci verrebbero. Sugli scambiatori automatici di siringhe ho dei dubbi. Per fortuna noi non siamo né in America né in Inghilterra, qui a Roma se un ragazzo entra in una farmacia e chiede una siringa ma non ha i soldi per pagarla gliela danno lo stesso. Mi pare invece difficile che un tossicodipendente, che non vede l’ora di farsi, faccia anche solo 100 metri in più per avere una siringa gratuita e pulita.

D. – Quali sono oggi i limiti maggiori in Italia per quanto riguarda sia la prevenzione che la cura alle persone tossicodipendenti con AIDS?

M. Santi, R. – Oggi nell’area fiorentina su 1118 persone seguite dai servizi il 31percento è sieropositivo. Il consumo di eroina non è certo in diminuzione e dovremo farci i conti a lungo. Questo certamente accresce i rischi di espansione del contagio ed è necessario prevedere una gamma diversificata di servizi, perché tutto questo non si risolve solo con i SERT o con i reparti malattie infettive. I SERT non possono diventare solo strutture di emergenza, cui viene delegato tutto, problema Aids compreso. E’ necessaria un’integrazione tra USL, enti locali, in un quadro regionale. Qui a Firenze abbiamo messo in piedi Casa Vittoria per le persone senza sostegno familiare, ma per altri servono soluzioni diverse. Per persone che non riescono a stare in comunitˆ e che continuano a fare uso di droga bisogna trovare un alloggio, una camera con un sostegno sanitario e sociale ma lasciando loro completa libertà.

M. Barra, R. – Per quanto riguarda attività di counseiling o effettuazione del test, non abbiamo problemi, perché lavoriamo con il SAT dell’Ospedale San Camillo, dove c’è lo Spallanzani che si occupa di malattie infettive. Insisto invece sul lavoro di strada, sulle sue potenzialità per quanto riguarda l’informazione e la prevenzione verso una fascia che né i servizi né il privato sociale riesce a raggiungere. Certo non è un lavoro che può fare il dipendente della USL, che avrebbe quanto meno problemi col suo cartellino da timbrare e si chiederebbe perché, avendo altre possibilità, fare un lavoro rischioso, sporco, senza filtri. Questo è un lavoro “poetico”, per ci vuole motivazione e disponibilità a stare con chi non ti cerca e non ti cercherebbe. Non a caso sul lavoro di strada non ci sta nemmeno il privato sociale – salvo rarissime eccezioni – perché se la gratificazione è solo quella di guarire o di redimere, il lavoro di strada non appare certo gratificante. Purtroppo la situazione è complessivamente ancora dogmatica: drogarsi è male, è un reato, lo stato è buono e vuole redimerti, c’è anche tanta buona gente che vuole aiutarti, ma se tu non vuoi, allora sono fatti tuoi. Tutto questo è falso, ma se tu vuoi muoverti diversamente, fai difficoltà, non trovi chi voglia sostenere i tuoi progetti.

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