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Discorsi · 1 Dicembre 2010

Out of Harm’s Way

Da: 1 Dicembre 2010 · IT

Dr Massimo Barra Presidente Commissione Permanente

Quando si dichiara una guerra è sempre bene tener presente che la guerra può anche essere persa. I risultati degli ultimi 30 anni di guerra alla droga, ben presto trasformatasi in guerra ai drogati, ci dicono che questa guerra in cui hanno trovato sempre più spazio atteggiamenti violenti e repressivi anziché educativi e terapeutici è stata persa o, almeno, non è stata vinta. Per troppo tempo l’umanità ha sottovalutato l’aspetto distruttivo di politiche più basate sul law enforcement che sulla public health nell’approccio ad un fenomeno universale che colpisce ormai nel mondo 200 milioni di individui, di cui il 10% in modo grave.

Lo stesso sistema delle Nazioni Unite nella sua agenzia specializzata per la lotta alla droga, l’UNODC, nella sua definizione associa la droga al crimine, il che la dice lunga sulla mentalità dominante all’atto della sua costituzione. I consumatori di droga sono stati stigmatizzati e discriminati, umiliati e maltrattati, segregati e marginalizzati, considerati criminali o peccatori da redimere ad ogni costo, anche quello di violare i diritti fondamentali di ogni essere umano. I risultati di tali politiche aggressive sono sotto gli occhi di tutti.

Mai il mercato della droga è stato più florido e redditizio nel mondo, capace con i suoi immensi guadagni di corrompere e condizionare tutto e tutti, ad ogni livello della società. Le prigioni in tutto il mondo sono piene di drogati; solo nel mio Paese, l’Italia, il 30% dei reclusi lo è per motivi di droga, mentre in troppe parti del mondo anche i centri di terapia e recupero assomigliano più a campi di concentramento che a luoghi dove ci si prende cura delle problematiche della dipendenza e si aiuta le persone a uscirne fuori.

Oggi è un giorno importante. Con il documento che viene presentato e distribuito “out of harm’s way”, la Federazione Internazionale ispirata dagli slogan della strategia 2020 “Saving lives, changing minds”, e “doing more, doing better, reaching further” prende ufficialmente e senza ambiguità posizione a favore di una politica umanitaria sulle droghe, basata sulle evidenze scientifiche e scevra da pregiudizi ed ideologie. Il documento è una chiamata all’azione per tutte le società nazionali di CR e MR che sono nella posizione migliore per “fare la differenza” godendo della fiducia e del rispetto tanto delle persone vulnerabili, quanto delle Autorità, grazie anche alla loro unica posizione di ausiliarie dei potei pubblici.

Nella giornata mondiale dell’AIDS le evidenze scientifiche delle buone pratiche messe in atto in un numero crescente di paesi sempre più sostenute da una consapevole azione di advocacy da parte di molte società nazionali ci indicano la grande efficacia della strategia di riduzione del danno nel prevenire il contagio che può diffondersi non solo tra gli IVDU, ma anche tra i consumatori di altre droghe, come i cocainomani che si producono lesioni endonasali tirando cocaina o gli stessi consumatori di cannabis o anfetamine, che possono assumere atteggiamenti sessuali più numerosi, disinvolti e non protetti a causa della disinibizione legata agli effetti delle sostanze.

Se in Italia la percentuale dei nuovi casi di infezione da HIV è passata dal 74,6% nel 1985 al 7,7% nel 2008, il merito va ascritto alle politiche di riduzione del danno che hanno visto più che raddoppiare il numero dei soggetti in terapia sostitutiva con metadone o buprenorfina, nel mentre le unità di strada ed i centri a bassa soglia hanno sviluppato le loro strategie di drop-in, di scambio siringhe, di educazione tra pari. Queste modalità di azione producono empowerment che sostituisce segregazione ed umiliazione: la riduzione del danno e le terapie sostitutive danno potere perché permettono alle persone dipendenti di vivere una vita accettabile, senza doversi sottomettere agli altri.

Anche se i risultati raggiunti in termini di benessere, ma non anche di riduzione delle infezioni da HIV, sono eccezionali e non replicabili per le strategie preventive di nessun’altra malattia, pur tuttavia il cammino da seguire è ancora lungo e difficile. I drogati non sono amati dall’opinione pubblica, almeno fin quando un figlio, un nipote o un parente non obbliga la famiglia a condividere la sua quotidiana tragedia. Le tendenze internazionali però stanno cambiando e gli sforzi di coloro che vogliono introdurre o aumentare nel loro paese la riduzione del danno sono aiutati dalle nuove più consapevoli prese di posizione delle Istituzioni internazionali.

UNAIDS, UNODC, WHO, Global Forum unanimemente sottolineano la necessità di nuove politiche in favore dei tossicomani. Una politica diversa è possibile, come richiesto nel manifesto del Rome Consensus per una politica umanitaria sulle droghe, firmato da 121 Società Nazionali che negli ultimi anni si sono più volte riunite in Spagna, Italia, Uganda, Filippine, Capo Verde e Grenada per aiutare la Federazione ad avere coraggio nell’elaborare e promuovere queste strategie di cui l’odierna pubblicazione è la migliore dimostrazione. Una politica umanitaria di riduzione del danno è anche una politica che riduce la violenza nelle nostre città e nei nostri villaggi, perché la violenza porta sempre altra violenza e non è di terapie aggressive e violente nei confronti dei consumatori di droga che l’umanità ha bisogno. Come ha detto l’ex Direttore generale di UNODC “anche se la droga uccide, non credo che noi abbiamo bisogno di uccidere a causa delle droghe” e ancora “troppe persone in prigione e troppo poche nei servizi sanitari, troppo pochi soldi per prevenzione, trattamento e riabilitazione”.

Eccellenze, Amici e Colleghi,

prima di dare la parola a Philippe, un giovane uomo che ha conosciuto bene gli effetti negativi delle droghe ma ha saputo uscirne, divenendo una risorsa positiva per la nostra Società Nazionale, consentitemi qualche ricordo personale di chi è stato testimone oculare dell’evoluzione del fenomeno droga negli ultimi 35 anni. Nel 1976 fondai a Roma, all’interno del compound chiamato la città della Croce Rossa, Villa Maraini, il centro antidroga dove sono passati da allora oltre 35.000 tossicomani che hanno trovato ascolto e terapia differenziati a seconda delle loro esigenze e motivazioni.

Dagli inizi, quando un gruppo di operatori e volontari di Croce Rossa forniva assistenza a pochi tossicomani in un solo locale, il Centro ha sviluppato un ampio ventaglio di servizi forniti a 700 drogati al giorno, quasi 5.000 in un anno. L’azione di Villa Maraini punto principalmente a stabilire un clima di fiducia con i tossicomani. Ciò ci mette in contatto con gli elementi più emarginati della società – compresi un 30% di drogati sconosciuti alle altre strutture antidroga perché immigrati clandestini. Abbiamo imparato che qualunque tossicomane, anche il più incallito e apparentemente senza speranze, può guarire, quando il suo folle amore per le sostanze si sarà esaurito.

Ex tossicodipendenti, completamente reinseriti nella società, molti dei quali diventati volontari della Croce Rossa, sono fondamentali in questo tipo di lavoro di mediazione, specialmente in ambienti difficili come la strada. Circa un terzo dei nostri 80 operatori sono ex tossicomani. Ricerca attiva, educazione tra pari ed approccio flessibile al trattamento sono le basi della nostra peculiare filosofia di Villa Maraini. Più di 30 Società Nazionali di tutti i continenti e personale della Federazione hanno frequentato i periodici training di Villa Maraini, riportando le loro impressioni e la loro formazione nei propri contesti lavorativi. Così Villa Maraini è diventata di fatto come un Reference Centre della Federazione per la droga, pur senza mai esser stata riconosciuta tale.

E’ stato anche attraverso questi confronti e dialoghi tra diverse esperienze che la Segreteria della Federazione ha potuto elaborare il documento che oggi viene presentato, grazie al lavoro ottimamente coordinato dal Dr Getachew Gizaw che, assieme a tutti i collaboratori del Dipartimento Salute, dobbiamo ringraziare per il potente strumento di lavoro che ci viene fornito. Veramente noi possiamo fare la differenza ed è interesse dei Governi utilizzare la Società nazionale del proprio paese per raggiungere le frange estreme della convivenza civile cui le Istituzioni hanno difficoltà ad accedere. Un tossicomane conosciuto è sempre una persona problematica, pericoloso per sé e per gli altri, ma un tossicomane sconosciuto è ben più pericoloso. E questo è un altro buon motivo per le Società nazionali di impegnarsi nella prevenzione, terapia e riabilitazione “doing more, doing better, reaching further”.

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