Archivio › Discorsi
› 1998
Discorsi · 1998

Congresso nazionale degli psicologi

Da: 1998 · IT

DOTT. M. BARRA

Grazie Presidente, io sarò brevissimo per recuperare il tempo del ritardo. Se permettete mi presento con due cappelli: non solamente quello di Ispettore Nazionale dei Volontari del Soccorso, ma anche quello di fondatore di Villa Maraini, la più grande struttura antidroga del Lazio, che ha creato 50 posizioni di lavoro per psicologi e quindi vivo immerso negli psicologi di cui, pur essendo io medico, condivido le ambizioni, le potenzialità, le ansie e a volte anche le frustrazioni.

La Croce Rossa tutti la conoscono, forse non approfonditamente perché è una struttura molto complessa: nasce in tempo di guerra per portare protezione e assistenza ai non combattenti, cioè i feriti, i prigionieri di guerra, le popolazioni civili e per dare delle regole alla guerra, ahimè, tentativo che, come vedete, è miseramente fallito.

Non esistono più regole, non esiste più certezza, non esiste più differenza tra tempo di guerra e tempo di pace. Noi siamo in una situazione permanente, dicono i francesi “ni de paix ni de guerre”, cioè in una zona grigia, un pò come diceva il primo relatore, in cui l’incertezza è la regina. L’Albania è in pace o in guerra? Non c’è una dichiarazione di guerra, però è una situazione nè di pace nè di guerra e allora la Croce Rossa ha dovuto allargare i suoi confini, introducendo il concetto di “vulnerabile” che è un pò il “povero” che diceva il Direttore della Caritas.

Chi è il vulnerabile? E’ colui che non ha accesso allo stato sociale, colui che non ha un livello di vita adeguato, colui che nella nostra città, nelle nostre situazioni ha un morbo di Alzheimer, è un tossicomane, è un malato mentale: sono gli ultimi, gli ultimi della fila, i disadattati. Diceva giustamente il direttore della Caritas che qui c’è un problema perché l’attesa del paziente o l’attesa dell’ultimo crea discriminazione, discrimina cioè colui che è capace di superare la frustrazione insita nella richiesta di aiuto da colui che è talmente patologico e talmente ultimo che non riesce a manifestare questa richiesta di aiuto.

Il difendersi del terapeuta dietro una scrivania, con il suo camice bianco, protetto da una serie di norme burocratiche, che in realtà servono a mettere un ulteriore paravento ed un ulteriore ostacolo alla comunicazione interpersonale e che sono causa di frustrazione per il lavoro stesso dello psicologo e dell’operatore sociale, tutto questo crea una barriera che dobbiamo superare andando per strada perché è per strada che noi troviamo i vulnerabili.

Tentativi che noi abbiamo fatto con successo, avendo sempre la presenza dello psicologo, indispensabile, cos“ come indispensabile é il mediatore culturale. Senza il mediatore culturale manca la chiave: approcciare uno zingaro senza lo zingaro, o il tossicomane di strada senza un ex tossicomane è un’impresa temeraria, pericolosa, a volte impossibile. Ha invece grande successo col mediatore culturale, per esempio l’ex tossicomane opportunamente formato, come nell’esperienza che noi portiamo avanti, primi in Italia, dal 25 Marzo 1992 ad oggi, tutte le sere dalle ore 18 alle ore 24, alla Stazione Termini con il camper che ha incontrato 17.000 tossicomani di strada, ha fatto 450 interventi “on the road” di overdose fausta, salvando 450 persone da morte sicura, oltre ad avviarne migliaia ad interventi terapeutici strutturati.

Noi lo consideriamo mitico oramai questo camper, e nell’équipe c’è sempre lo psicologo. Lo psicologo gestisce anche le ansie degli operatori, gestisce l’interventismo esagerato dell’ex tossicomane che vuole recuperare quasi in maniera apostolica, come San Paolo, tutto il tempo che ha perso nel mentre stava nel tunnel e che quindi si lancia, facendo a volte delle imprese temerarie; lo psicologo che gestisce le dinamiche all’interno del gruppo degli operatori che è un gruppo necessariamente composito in cui c’è il medico, c’è l’ex tossicomane, c’è l’operatore sociale, a volte c’è il transessuale come mediatore culturale.

Il problema è lavorare insieme, cioè sinergizzare. Il volontario da solo non può pretendere di opporsi validamente ad emergenze che sono eccessive per le sue potenzialità. Io sono volontario da quando avevo 8 anni, ma quando ho dovuto creare Villa Maraini ho avuto bisogno anche dei professionisti perché la disperazione e la distruttività del tossicomane sono talmente elevate da richiedere anche delle competenze specifiche che voi avete e che utilmente potete mettere a disposizione della collettività.

Si tratta quindi di trovare un sistema sinergico in cui le vecchie categorie dipendente, non dipendente, volontario, non volontario sono ormai obsolete. Dobbiamo ragionare in termini di terzo settore in cui c’è tanta gente che comunque riceve una remunerazione. Una volta, quando la distinzione in classi era molto netta, c’erano i signori che potevano fare i volontari gratis, ed era quasi uno status simbol, ma oggi in questa sfera di grigio in cui c’è un “non profit” che sta diventando un terzo settore fondamentale per quello che riguarda l’assistenza, noi non dobbiamo più ragionare in termini ottocenteschi, nè è possibile accettare delle mortificazioni delle professionalità con questi rituali burocratici, amministrativi, le firme, i timbri, i cartellini, con questa mortificazione di gente che per essere terapeutica deve essere libera, professionista nel senso più ampio della parola e che se un giorno sta male sta molto meglio a casa, stando male dentro perché ha i suoi problemi, e se va a lavorare, perché lo obbligano a timbrare il cartellino, fa danno.

E allora si creano una serie di barriere d’incomunicabilità, di rituali, di circolari che sono sempre un sistema per frenare la richiesta d’aiuto. Lo vedo con i tossicomani: molte strutture in realtà non sono accoglienti, rifiutano il tossicomane, molti servizi pubblici per le tossicodipendenze non hanno successo perché in realtà bloccano la richiesta di aiuto e, quanto più noi pretendiamo dal paziente tanto più facciamo un’operazione ad imbuto, forse chi passa dall’imbuto è bravo e carino e lo salviamo, ma chi non passa dall’imbuto è la maggioranza, ed è la maggioranza che ha più bisogno di aiuto.

Il tossicomane che si vuole curare è patologico e malato, quello che non si vuole curare è patologico e malato due volte e per lui noi dobbiamo elaborare altre strategie. E concludo. Lo psicologo deve essere il catalizzatore delle “alternative”, intendendo per alternativa tutto ciò che consente al soggetto di sopravvivere indipendentemente dalla sua patologia, per esempio, per i tossicomani, tutto ciò che consenta loro di alzarsi la mattina e sopravvivere senza dover ricorrere al farmaco, cioè alla sostanza antidepressiva.

Quindi il ruolo terapeutico in senso lato si esplica innestando il circolo virtuoso al posto del circolo vizioso. Noi in genere trattiamo male gli emarginati, eppure l’emarginato ha in se tutte le potenzialità per diventare un protagonista: noi abbiamo visto delle resurrezioni e mi sento di dire che non esiste tossicomane, per quanto “assatanato”, diabolicamente posseduto, che non sia in grado di diventare un artefice del bene “comportandosi meglio” di tanti ipocriti che si sentono buoni e bravi, quelli che Nostro Signore non amava perché si mettevano sempre in evidenza mentre quelli invece in ultima fila si nascondevano ed erano i più amati da Lui. Innestare il circolo virtuoso paga e credo che sia il ruolo fondamentale che voi avete nel sociale.

Altri contenuti dello stesso periodo

Testo
Interviste · Novembre 1998

Sono umiliato e offeso

Info C.R.I. — Novembre 1998 · IT
Testo
Articoli · Settembre 1998

Villa Maraini : “Da 22 anni senza pregiudizi”

I tossicodipendenti multiproblematici: funzioni e limiti di una comunità di prima accoglienza — Settembre 1998 · IT
Testo
Interviste · 7 Aprile 1998

Parla Massimo Barra: equilibrio tra connivenza e coercizione

il Manifesto — 7 Aprile 1998 · IT