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Articoli · 20 Dicembre 2004

Ammalarsi di droga: evoluzione del fenomeno descritta da un osservatore privilegiato

Da: EsaDia — 20 Dicembre 2004 · IT

M. Barr
a Direttore Villa Maraini – Roma

Il l° Maggio 2004 ho “festeggiato” (!) i miei primi 30 anni di droga, nel senso che il 1° maggio 1974 iniziai a lavorare al Centro per le Malattie Sociali del Comune di Roma, considerato il primo centro antidroga italiano per quella che allora definimmo “tossicomania giovanile” come “malattia nuova” su base epidemica, diffusa soprattutto nel mondo giovanile rispetto ad altri patterns di consumo di droga che avevano accompagnato la storia ed il destino dell’uomo fin dai primi tempi del mondo, da quel Noè che si addormentò nudo dopo aver apprezzato il piacere derivato dal consumo della bevanda prodotta con l’uva. In questi anni ho interagito con oltre 30.000 tossicomani che hanno onorato della loro confidenza me e gli amici coi quali nel 1976 aprimmo Villa Maraini, il centro antidroga polivalente che assiste a Roma ogni anno quasi 3000 persone dipendenti da sostanze capaci di modificare il loro cervello e, di qui, il loro comportamento.

I miei dubbi in materia, ma anche le mie certezze, derivano quindi più dalla osservazione diretta che dalla lettura di libri e su alcuni di questi dubbi o certezze mi soffermerò in questo articolo. Il primo dubbio riguarda il meccanismo della dipendenza: chi è più importante per creare un tossico, l’individuo o la sostanza? È vero che le sostanze hanno tutte una loro “forza” che deriva dalla loro capacità di modificare oggettivamente il sistema nervoso dell’assuntore, tanto oggettivamente che il fatto può essere replicato sperimentalmente negli animali da laboratorio, ma è anche vero che gli individui reagiscono in maniera diversa alla assunzione di droghe, alcuni diventando dipendenti, altri no.

Dobbiamo concludere che la vulnerabilità di ciascun assuntore, maggiore o minore in funzione del suo patrimonio genetico e degli eventi dinamici della sua esistenza, tanto più importanti e influenti quanto più precoci e addirittura prenatali, abbia valore maggiore della droga? Non lo so. Un altro dubbio riguarda la definizione stessa del termine droga cui l’opinione pubblica dà significati diversi. Per alcuni il concetto di droga è legato alla illegalità, rifiutando scandalizzati di considerare tale l’alcol o la nicotina; per altri il fattore principale è l’azione sul sistema nervoso, dimenticando quante sostanze modificano il cervello senza essere considerate droghe; per altri ancora è la compulsività indotta nell’assuntore l’elemento fondamentale per definire droga una sostanza, ma questo concetto si applica male a sostanze dal consumo autolimitante come, ad esempio, tutti gli allucinogeni; altri infine enfatizzano gli effetti sociali o meglio antisociali delle droghe, ignorando che questi dipendono più dal regime legislativo sanzionatorio che dall’effetto specifico delle sostanze. Insomma, già dalle definizioni sembra di avere a che fare con un tema terribilmente controverso in cui, forse proprio per difendersi da tale complessità, è facile cedere alla tentazione di generalizzare, applicando un “pensiero semplice” che porta ad una visione manichea convinta che la realtà possa essere distinta in bianco o nero, buoni o cattivi, malati o criminali, leggere o pesanti, vittime o aggressori, consumatori o spacciatori, occasionali o dipendenti, delinquenti per drogarsi o drogati per delinquere.

In realtà in ognuna di queste antinomie prevale sempre il grigio, nel senso che tra gli opposti c’è sempre un continuum, ciò che rende critica la presa di decisione politica che necessita di certezze e semplificazioni più che di dubbi. Se si osserva la legislazione mondiale in tema di droga questa oscilla da sempre tra i 2 estremi della severità e della punizione da un lato, dalla liberalità, comprensione e tolleranza dall’altro. Una legge severa e punitiva crea una serie di effetti collaterali che scandalizzano l’opinione pubblica più dello stesso consumo di sostanze: aumento della criminalizzazione del fenomeno, funzione dell’inevitabile aumento dei prezzi, funzione a sua volta della minore disponibilità di sostanze indotta dalla “law enforcement”; aumento del carico burocratico per trattare quanti cadono nelle maglie della legge; saturazione di Polizia, Prefetture, carceri; peso sociale della stigmatizzazione e discriminazione degli assuntori.

Tutto ciò determina una reazione nel senso di una maggiore tolleranza che, comportando una rinnovata disponibilità sui mercati porta ad un nuovo aumento dei consumi con effetti negativi sulla salute pubblica complessiva di un Paese. In molte parti del mondo le posizioni politiche sembrano dipendere più dal pregiudizio del singolo e dalla propria posizione in rapporto al mondo che da una lucida analisi a posteriori degli effetti dinamici delle scelte strategiche. Veramente il mondo sembra dividersi in 2 posizioni antinomiche pregiudiziali, in cui gli elementi irrazionali e fideistici prevalgono rispetto all’evidenza dei fatti che viene ignorata, negata, a volte sbeffeggiata.

Da un lato i proibizionisti convinti che drogarsi non è un diritto ma un reato, e che chi si droga debba smettere di farlo, costi quel che costi, anche, se necessario, con le cattive maniere della prigione o del behaviorismo esasperato e sadico di certe comunità terapeutiche. Dall’altro gli antiproibizionisti con un atteggiamento liberale e disponibile, a volte ammiccante, convinti che il vero problema della droga sia l’illegalità che consente profitti miliardari alle mafie, moltiplicando a livelli astronomici il prezzo di piante che costerebbero quanto il basilico e creando immensi poteri occulti capaci di corrompere tutto e tutti e di orientare a proprio beneficio i destini del mondo. Non c’è dialogo né mediazione possibile tra chi manda i cani poliziotti nelle scuole a terrorizzare gli studenti adolescenti alla ricerca di qualche grammo di derivati della canapa e chi invece festeggia la semina della stessa canapa, vestendo magliette in cui si inneggia ad ogni pianta capace di dare sostanze psicoattive.

In Italia il pendolo della legge, orientato in senso repressivo fino al 1975 tanto da non distinguere neppure le diverse responsabilità di chi assumeva droga e di chi la vendeva, si è spostato verso una maggiore tolleranza con la legge 685 del dicembre 1975 per tornare verso la severità con la cosiddetta Jervolino-Vassalli che ha provocato la reazione del referendum che, a furor di popolo, ha nuovamente riportato il pendolo dall’altra parte.

Ora il progetto di legge governativo ispirato da Fini, se approvato, imporrà un movimento opposto, gettando le basi, tra qualche anno, per una ulteriore reazione nel senso di una maggiore comprensione e tolleranza, a dimostrazione di come il fenomeno sia troppo complesso, attraversando le dimensioni dell’economia e della sicurezza, della passione e del piacere, dell’etica e delle scienze, delle tradizioni, delle libertà, del potere, dei desideri, dei bisogni e delle cure, per essere contenuto e costretto in un articolato di legge.

Lo Stato ha però il dovere, ed il diritto, di difendere la convivenza civile, mettendo dei paletti alle libertà individuali se queste possono attentare, come fanno le droghe, ad un corretto sviluppo della Società. Nel fare ciò, è bene che tutti abbiano a mente che un drogato, cioè una persona dipendente dalla droga, è una persona ammalata nel corpo e nel comportamento e che trattare con violenza un ammalato oltre ad essere controproducente per la sua salute è una ignominia che un Paese civile non può tollerare. D’altro canto deve far riflettere l’evidente constatazione che il numero maggiore di malati e di morti per droga avvenga più per il consumo di sostanze legali, come alcol e nicotina, che per quello di sostanze illegali, essendo il consumo di una sostanza che dà piacere proporzionale alla facilità di reperimento della stessa. Spingere verso la liberalizzazione porta ad un aumento dei consumi con una diminuzione peraltro della criminalizzazione del fenomeno e dell’allarme sociale conseguente, mentre spingere verso la proibizione e l’illegalità porta ad una diminuzione complessiva dei consumi con grande aumento della criminalizzazione del fenomeno e quindi dell’allarme sociale, come ben ci ricorda l’esperienza del proibizionismo americano. Tra le 2 posizioni estreme ed estremamente aprioristiche ed ideologizzate è possibile e bene trovare una “terza via”. La legge 685 del 1975 ebbe il merito, oltre a riconoscere la distinzione tra consumatore e rivenditore di droga, di imporre l’apertura di quei CMAS che furono gli antenati degli attuali centri pubblici antidroga conosciuti in molte regioni d’Italia col nome di SerT.

In quegli stessi anni fiorì il fenomeno delle Comunità Terapeutiche, spesso impegnate in una campagna di promozione autoreferenziale di grande successo, tanto che tutt’ora la maggioranza dell’opinione pubblica associa qualunque problema di droga alla soluzione della Comunità terapeutica. In realtà l’impatto maggiore con il fenomeno spetta ai Servizi territoriali, in cui il numero degli assistiti è, in trend sempre crescente, oltre i 120.000, al contrario di quanto avviene nelle C.T., mai capaci di assistere più di 20.000 soggetti complessivamente. Sono molte le concause che possono spiegare tale disparità. In primis l’evidente constatazione che quanto più un sistema terapeutico è pretenzioso tanto più è selettivo. Frequentare quotidianamente un Servizio per il poco tempo necessario ad assumere una terapia farmacologica sostitutiva o ad effettuare un colloquio di sostegno se non una seduta individuale o un gruppo di psicoterapia, è ben diverso dall’accettare di chiudersi per mesi o per anni in una struttura totalizzante. Lo shock della realtà e le tante esperienze maturate sul campo hanno reso oggi l’antinomia tra Servizi pubblici incentrati sulle terapie farmacologiche da un lato e Comunità Terapeutiche private dall’altro molto meno marcata che ai tempi della 685. Anche in tale contesto predomina il grigio, nel senso della avvenuta realizzazione nel nostro Paese di tutto un continuum di cure, in cui i dogmi e i pregiudizi sono stati spesso spazzati via dalle necessità di provvedere adeguatamente ai bisogni, sempre pressanti e “urlati” degli assistiti.

Vediamo così oggi comunità terapeutiche che accettano anche pazienti in mantenimento metadonico ed anche il dogma iniziale della disperata ricerca e selezione del soggetto “motivato”; tipica delle più famose esperienze di C.T. in Italia, è rimasta minoritaria, a fronte di una migliore e più completa conoscenza del fenomeno. Sono in minoranza oramai quanti considerano il tossicomane non un malato ma un peccatore da redimere o un incapace da rieducare. Se la malattia è la perdita dello stato di salute ovvero, secondo la famosa definizione dell’OMS, di una condizione di completo benessere, psichico, fisico e sociale, il tossicomane può essere a buon diritto ritenuto il prototipo dell’ammalato, poiché sta male tanto dal punto di vista fisico che psichico e sociale. Negare tale condizione di malattia o trastullarsi con frasi fatte come “non bisogna medicalizzare” rappresenta una cattiveria dei sani che non riescono a capire l’abisso di malessere in cui cade la persona dipendente, totalmente “scarburata” e incapace di sopravvivere senza il suo indispensabile nutrimento, unico, vero ed insostituibile oggetto d’amore.

Si è fatta strada inoltre la convinzione che se un tossicomane che vuole smettere di drogarsi e chiede aiuto è malato, quello che non è nemmeno in grado di tollerare la frustrazione insita nella richiesta di aiuto è malato 2 volte e necessita un surplus di attenzione. L’interesse dello Stato non è di curare solo i soggetti motivati, ma quello di contattare, conoscere e prendersi cura di tutti i tossicomani di un dato territorio. Per questo agli inizi degli anni ’90 teorizzammo che i centri antidroga che aspettano i tossicomani sono utili ma non sufficienti, tanto più se hanno il vizio di selezionare, in modo evidente o nascosto, a volte subdolo, i propri pazienti. Accanto ai centri era necessario andare incontro ai drogati nei luoghi stessi dove si consuma la loro quotidiana tragedia, cosa che per primi in Italia iniziammo a fare con i camper delle Unità di Strada e le Unità di Emergenza e soccorso di Villa Maraini, poi replicati con successo da una miriade di organizzazioni pubbliche e private in tutto il Paese. Anche grazie a tale strategia possiamo oggi affermare di avere inciso significativamente sul sommerso tossicomanico, contribuendo a contenerlo. Se le stime di 20 anni fa considerarono realistico un numero di drogati duri in Italia tra i 180.000 e i 250.000, le cifre di oggi non sono molto diverse e la maggior parte delle persone dipendenti è o è stato in cura in qualche Servizio. Il sistema di risposta del nostro Paese, pur tra lacune e imperfezioni, ha sostanzialmente risposto ai motivi per cui fu ideato dalla legge del 1975. A fianco però dei tossicomani “storici” che in tutti questi anni abbiamo imparato a curare e a contenere, da alcuni anni assistiamo al sorgere di nuovi consumi che hanno notevolmente allargato il giro delle persone che, in un modo o nell’altro, hanno rapporti con sostanze capaci di modificare il loro sistema nervoso.

Le cosiddette “nuove droghe” in realtà non sono “droghe nuove”:
L’extasy è nata addirittura nei primi del `900 nel laboratorio di una casa farmaceutica americana e la più grande epidemia di consumo di metamfetamina si è avuta in Giappone dopo la seconda guerra mondiale. Oltre agli eccitanti, molti giovani sono voraci consumatori di sostanze allucinogene o a cavallo tra lo speed e l’allucinazione, acquistabili via internet o di cui hanno sentito parlare frequentando la rete degli smart shop capaci fino a pochi mesi fa di vendere legalmente sostanze come la salvia divinorum, più impegnative di alcune droghe illegali. Anche in tale evenienza il sistema delle “tabelle” ha mostrato tutti i suoi limiti. Basta cambiare un radicale in una molecola ed una sostanza illegale diventa non più perseguibile, perché non elencata in quelle tabelle che ricordano il bambino di S. Agostino che voleva svuotare il mare con il suo secchiello.

Molti giovani e giovanissimi sono esperti in chetamina, stramonio, funghi anche raccolti nei campi, gas esilaranti che escono da alcune rocce, tè, tisane o infusi vari atti a cambiare il proprio rapporto con il mondo. Per non parlare poi del numero incalcolabile di giovani e meno giovani consumatori occasionali o sistematici dei derivati della canapa indiana e non. È presumibile che da questa ampia fascia di persone disponibili a farsi modificare proverranno i futuri tossicomani, essendo certamente più probabile un consumo di droghe pesanti (o un consumo pesante di droghe?) tra coloro che non disdegnano un consumo di sostanze leggere (o un consumo leggero di sostanze?) piuttosto che tra coloro che sono refrattari a qualunque assunzione di sostanze psicotrope.

In questo la situazione attuale, numeri a parte, non è poi molto diversa da quella di 30 anni fa, quando prima dell’arrivo massiccio dell’eroina, i cosiddetti “drogati” consumavano sostanze, anche farmaceutiche, di tipo amfetaminico e allucinogeno, tanto da essere poi “obbligati” a passare all’oppiaceo per spegnere l’incendio acceso dalle sostanze eccitanti. Oggi noi assistiamo all’inizio di un fenomeno analogo, tanto più probabile quanto più l’eccitante e l’allucinogeno avranno contribuito a far cadere l’assuntore nella categoria della cosiddetta “doppia diagnosi”; implicante la coesistenza di una patologia da dipendenza e psichiatrica assieme nello stesso soggetto. Tutti gli studi più recenti accreditano un trend crescente per la doppia diagnosi, con percentuali variabili a seconda del significato più o meno comprensivo che il ricercatore dà a tale definizione fino a comprendere nella categoria quasi l’80% di tutti i tossicomani conosciuti.

Anche nel caso della doppia diagnosi è sempre problematico stabilire che cosa sia nato prima, se cioè il disordine psichiatrico a monte sia responsabile del ricorso alla droga ovvero sia la droga in rapporto di consequenzialità con il sintomo psichiatrico. In senso più ampio è sempre legittimo chiedersi se la persona inizia a drogarsi perché sta male oppure sta male perché ha iniziato a drogarsi. Anche in tale dilemma vale la regola del grigio, anche perché ogni individuo è unico e irripetibile, continuamente cangiante e in divenire, drammaticamente diverso anche da sé stesso in funzione del tempo che passa. Quello stesso tempo che rappresenta il migliore alleato di ogni terapeuta. Se la droga dà tutto e subito, e se il drogato, quindi, pretende tutto e subito, il buon terapeuta non deve cadere nella trappola di forzare la mano alla natura della malattia, pretendendo l’impossibile dal suo paziente.

Questa è la maggiore certezza che ho acquisito in 30 anni: il tempo gioca a nostro favore; non esiste tossicomane, per quanto inveterata e incancrenita sia la sua dipendenza, che non possa guarire del tutto; c’è tanta gente in giro che da giovane si drogava e che ora è inserita in modo positivo e impegnato nella società; l’intervento terapeutico, qualunque esso sia, deve evitare l’irreparabile e ridurre il danno della droga e dei suoi dintorni (ambiente, taglio, via di somministrazione, malattie connesse, depressione …) più che pretendere di essere risolutivo. Il tempo farà il resto.
Se la routine è la tomba dell’amore, prima o poi il folle amore di un uomo per una sostanza è destinato a finire.

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