Capita spesso agli addetti ai lavori di sentirsi chiedere, nei più svariati ambienti, a che punto siamo, in Italia, col problema droga, se il trend è ascensionale o meno, che prospettive si aprono per il futuro, insomma se il consumo delle droghe è in aumento o in diminuzione. La risposta è sempre difficile, così come è difficile stabilire con esattezza qual’è il numero dei tossicomani in una data popolazione. In assenza (per fortuna!) di una vera e propria “schedatura”, la quale per altro anch’essa trascurerebbe “il sommerso”, dobbiamo ricorrere a degli indicatori indiretti: il numero dei morti per droga; il numero di siringhe vendute; le sostanze illegali sequestrate in un dato periodo; il numero dei soggetti che si rivolgono ad un servizio pubblico o che frequentano una comunità terapeutica o comunque una struttura privata ausiliaria; gli arrestati o condannati per fatti di droga.
L’interpretazione di tutti questi dati non è ovviamente univoca, anche se gli studi più accreditati portano, per il nostro Paese, ad un numero di tossicomani oscillante tra i 180.000 ed i 250.000 di cui circa 40.000 ben conosciuti in quanto attualmente in terapia. Ancora più problematico, anche se particolarmente interessante, appare il pronostico sulla evoluzione del fenomeno. Qui ci dobbiamo affidare soprattutto a dati non certi e ad impressioni e sensazioni che traspaiono dal mondo sempre imperscrutabile dei consumatori.
Da quando è iniziato nel nostro Paese, all’inizio degli anni ’70, il fenomeno-droga ha già attraversato numerose fasi ben distinguibili fra di loro, modificandosi da fatto elitario-contestativo ad evento consumistico di massa. Mi sembra possibile azzardare l’ipotesi che venti anni rappresentino un periodo di tempo adeguato a chiudere un ciclo ed ad iniziarne un altro analogo, secondo la teoria vichiana dei corsi e ricorsi storici. Mi spiego meglio: l’eroina non è mai, in un dato ambiente, una droga di partenza, ma sempre una droga, ed un punto, di arrivo. Bucarsi di eroina è atto troppo violento ed intensamente autolesivo per non rappresentare il punto finale di un lungo processo di superamento delle proprie remore ed inibizioni (benedette!) al riguardo.
Il consumatore inizia sempre con prodotti di più facile uso: blandi allucinogeni come i derivati della canapa indiana (le cosiddette droghe leggere) o prodotti stimolanti come le pasticche di anfetamina. L’eroina arriverà, nel singolo e nella collettività, solo dopo qualche anno, trovando un terreno già fertile e ben preparato in una fascia di consumatori, alcuni dei quali già divenuti dipendenti e bisognosi di “smorzare l’incendio” provocato da allucinogeni e stimolanti. Non c’è nulla di meglio, allora, per frenare, rassicurare, tranquillizzare ed euforizzare chi è già turbato dal consumo di altre sostanze. Il pedaggio da pagare è ovviamente elevatissimo: l’irreversibilità della dipendenza, almeno per un certo numero di anni, e la certezza, per il mercato, di autopropagarsi, anche come conseguenza dell’attivismo obbligato di chi è già drogato e tira a diffondere il suo “vizio” sia per una necessità economica che per un problema più squisitamente psicologico (mal comune mezzo gaudio! Se ho un senso di colpa e diffondo la colpa, la condivisione ammortizza i miei turbamenti).
Così in Italia, all’inizio degli anni ’70, si consumavano hashish, LSD, anfetamine e pasticche. Poi arrivarono gli oppiacei, la morfina prima, l’eroina poi, ed il problema fu consolidato con le conseguenze che stanno purtroppo sotto gli occhi di tutti. Agli inizi degli anni ’90, però, siamo forse ad una svolta. Il gruppo dei vecchi eroinomani sta progressivamente diminuendo di grandezza: qualcuno è guarito; qualcuno è passato al consumo di droghe legali, come alcool e psicofarmaci, che è il modo di “reinserirsi” di chi non gliela fa a restare completamente “drug-free” e preferisce sconvolgersi a basso costo, non riuscendo più a sopportare la pesantezza della vita di piazza ed i rischi delle cadute che a questa sono inevitabilmente connessi; qualcuno (tanti) è morto nel frattempo ed è interessante notare come nelle statistiche dei decessi siano molti di più i vecchi tossicomani di 35-40 anni, che i ragazzetti alle prime armi che, a prima vista, per la loro inesperienza dovrebbero pagare uno scotto maggiore, mentre le overdosi mortali nei “vecchi” ci fanno pensare quasi ad un processo di logoramento e di esaurimento di chi più volte ha tentato di uscirne e trova poi una soluzione finale e definitiva perché forse la natura non può sopportare che ci si droghi per più di un certo numero di anni; qualcuno (tanti) è caduto, senza saperlo, e quindi senza poterci porre rimedio, nella trappola della sieropositività all’HIV, essendo così destinato ad un oscuro destino.
Il combinato delle quattro situazioni descritte (guarigioni, sostituzioni di dipendenza, morti, sieropositività) porta al mercato il “pericolo” di una diminuzione della domanda e delle sue capacità di autopropagazione. Niente paura! Il mercato sa prevedere e reagire! Ecco che ricompaiono le anfetamine che erano da tempo scomparse.
Nelle discoteche, in Italia, circola l’ecstasy, un derivato sintetico della metanfetamina con proprietà stimolanti ed allucinogene che ben aiuta e completa lo sballo indotto dalle luci psichedeliche e dalle overdosi di decibel, per cui è difficile, poi, rimettersi in macchina e guidare normali per tornare a casa, senza incorrere in quei rischi che hanno fatto parlare delle “stragi del sabato sera”. Così come avvenne ai primi degli anni ’70, viene in questo modo reclutata una nuova fascia di giovani disponibili allo sballo e di cui una certa percentuale approderà, tra qualche anno, all’eroina ed agli altri derivati dell’oppio. Allora, alla comparsa in Italia delle prime droghe, l’opinione pubblica, che nulla sapeva di questo problema, reagì scompostamente, illudendosi di poter prevenire l’ulteriore diffusione ammonendo i giovani ed informandoli sui pericoli cui andavano incontro. Il risultato fu che, se qualcuno non pensava alla droga, fu così obbligato a pensarci e la diffusione delle sostanze ne fu favorita. Dopo venti anni, incredibilmente, questa strategia perdente ci viene pari-pari riproposta e televisione e giornali abbondano di paternalistici messaggi (a pagamento) tipo “non ti drogare”. E così il mercato avrà di nuovo la meglio.
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Immaginiamo un ragazzo che, come dicono i francesi, “sta male nella propria pelle” oppure è disadattato, cioè si adatta male a quello che gli altri, essendo la maggioranza, considerano la norma. Oppure è avvilito e depresso perché non riesce ad emergere. Oppure è triste perché ha i suoi buoni motivi per esserlo e non mi sembra necessario fare l’elenco delle situazioni gravi e drammatiche, serie e profonde che possono rendere infelice la vita di un giovane.
Se accende la televisione ed incappa in uno spot anti-droga, c’è qualcuno che seriamente pensa che dopo aver visto per qualche secondo dei ragazzi sorridere e divertirsi e sentito una voce severa che dice: “Ragazzi, la vita è questa!” il nostro amico non sia più triste o avvilito o scarburato e si metta a saltare di gioia? Oppure c’è il rischio che, dopo, sia ancora più incavolato per la drammatica differenza che passa tra la sua condizione infelice e l’ebete felicità di quei normali?
Così come al Leopardi vedere il “garzoncello scherzoso” accentuava i motivi della sua depressione. Se ciò è vero, che speranze abbiamo sulla efficacia della seconda parte del messaggio “Non bruciatela con la droga!” E’ incredibile come i nostri mass-mediologi pensino di avere a che fare con una popolazione omogeneizzata e dai comportamenti uguali e costanti. Invece il mondo è fatto, per fortuna, di diversi e se anche il 90% della gente reagisce in un certo modo ad un dato stimolo, bisogna sempre tener conto che esiste una minoranza capace di interpretare quello stimolo in modo diverso e addirittura che qualcuno lo interpreterà in modo opposto, a 180 gradi.
Così se per la maggioranza l’invito a non drogarsi appare logico, doveroso e funzionale al sacrosanto obiettivo di ridurre la diffusione delle droghe, c’è sempre una minoranza per la quale l’effetto sarà il contrario e se c’è una costante nel mondo variegato ed eterogeneo dei drogati, un leit-motiv che li accomuna tutti, questo è l’incapacità di distinguere il bene dal male, il lecito dall’illecito, il conveniente dallo sconveniente. Se avessero avuto uno sviluppato senso critico non si sarebbero fatti sedurre dal proibito e non avrebbero corso il pericolo di cadere in una trappola così frequentemente irreversibile.
Possibile che chi decide di fare campagne anti-droga televisive e giornalistiche indiscriminate non sia nemmeno sfiorato dal dubbio che questa minoranza di giovani acritici ottenga dall’immagine un effetto opposto a quello del buon padre di famiglia medio? O che a qualcuno il linguaggio paternalisticamente ispirato sia totalmente incomprensibile o possa dare fastidio? O che possa anche spingere, per dispetto o per gusto masochistico, a fare il contrario di quanto proposto? O che qualcuno, malato per i casi vari della vita prima dell’incontro con la droga (mi drogo perché sto male e solo dopo sto male perché mi drogo) proprio sentendo quel messaggio incominci a pensare che, essendo lui diverso da quei ragazzotti felici e incoscienti, la droga possa essere per lui una soluzione alla sua sofferenza?