ARTICOLI | 1989

Aggiornamento per i delegati
Da: “Erasmo”: bimestrale della Croce Rossa Italiana anno 1¼ – n.¼ 2 luglio 1989 – Roma.
Mentre il Vice Commissario Ambasciatore Paolini pronuncia il suo discorso ai 15 delegati per missioni all’estero riuniti dalla Croce Rossa Italiana per un corso di aggiornamento, mezza settimana di “full-immersion” sulle operazioni di Croce Rossa nel mondo, giorno e notte rinchiusi alla scuola Agnelli con i rappresentanti della Lega e del CICR, ripenso a tutte le emozioni provate in questi ultimi otto anni, da quando la CRI decise di intraprendere la preparazione e l’invio di proprio personale nei Paesi del Terzo Mondo in supporto alle azioni di soccorso e di sviluppo della Croce Rossa Internazionale.

Della cosa si cominciò a parlare con insistenza a Manila nel 1981 durante le riunioni della Assemblea Generale della Lega, specie dopo che, tra la sorpresa di molti e la costernazione di alcuni, venni eletto Presidente della Commissione Sviluppo, con una forte maggioranza sul Presidente uscente, il Finlandese Key Warras cui avevo in precedenza fatto sapere la mia disponibilità ad essere suo Vice: non ottenni risposta, tanto gli italiani erano allora poco considerati nel campo da quanti, come gli Scandinavi, erano invece da anni attivi in aiuto dei Paesi poveri, non avendo emergenze naturali, né situazioni di particolare disagio da affrontare in patria; e così decidemmo di presentare la candidatura alla Presidenza, a questo spinti anche dal rieletto Presidente della Lega, Enrique de la Mata, spagnolo, da sempre impegnato a riequilibrare il baricentro della Croce Rossa Internazionale per evitare i monopoli delle decisioni ed assicurare una migliore democrazia e partecipazione nel Movimento.

Così, tornato in Italia, organizzammo tre corsi di reclutamento per delegati, con larga partecipazione di Infermiere Volontarie, Volontari del Soccorso, Pionieri e, in genere, di tutto il personale della CRI. Andare in missione all’estero per aiutare una Nazione povera è attività che gode, nell’immaginazione collettiva, di ottima fama e di un alone mistico alla cui creazione non sono estranei le avventure di Salgari, i racconti dei missionari, il fascino dell’ignoto, l’erba del vicino che è sempre più verde e i cartelloni pubblicitari pieni di terre lontane in cui fare un cameltrophy o accendere una sigaretta dopo avere parcheggiato i bisonti.

Anche il popolo in via di sviluppo (dizione ovattata dell’ottimismo di maniera delle grandi assemblee internazionali, utilizzata in sostituzione del troppo crudo “sottosviluppato”) è vissuto da molti nell’ottica del “buon selvaggio” che è felice di vivere nella sua capanna, senza lo smog e il traffico che affligge noi disgraziatissimi occidentali, in un continuo idillio con la Natura, circondati da animali alla Walt Disney ed in attesa del buon uomo bianco venuto ad aiutarlo.

La realtà è diversa e ben lo sanno quei nostri volontari che in questi anni sono stati in Africa ed hanno conosciuto il vero dramma della miseria, della malattia, della morte, dell’egoismo, dell’inefficienza, dei ladrocini, dei magheggi, degli imbrogli, dell’infamità, della disperazione che attanaglia tanta parte della umanità in un mare di bisogni e di pene in cui la Croce Rossa, pur col suo immenso potere costituito dalla volontà di tanti milioni di uomini al suo servizio, rischia di fare la figura del bambino di Sant’Agostino che voleva svuotare l’oceano col suo secchiello.

Eppure questa gente che ha toccato con mano quanto è difficile fare del bene, al di fuori delle oleografie e dei falsi miti della pubblicità, che ha rischiato anche la vita in prima persona, che si è trovata spesso sola a dover prender decisioni di grande portata, non si è scoraggiata e ora è pronta nuovamente a partire. Penso a Loredana Marchetti, giovanissima Pioniera, saltata dalla tranquilla Oderzo in Provincia di Treviso, a Bissau capitale della Guinea, uno dei “last developing countries” che vuol dire i più poveri dei miserabili. Ricordo di esserla andata a trovare nella sua piccola camera e cucina appena reduce da una febbre malarica: chi è abituato agli agi della nostra vita e parte per l’Africa e si ammala e non rinuncia, anzi in questi giorni riparte come Capo Delegato in Mozambico, dove rischierà ancora la vita, si può chiamare eroe senza cadere nel rischio della retorica?

E Giorgio Ferrario, rimpatriato dopo essere cappottato con la sua Land Rover della Delegazione Lega in Niger che una settimana dopo il corso andrà delegato della Lega in Sudan, come posso definirlo?
E Mario Gerbi, che ha coordinato come Numero 1 l’operazione che ha sfamato per un anno oltre un milione di persone nel Sahel assetato dalla siccità? Sento gli applausi: l’Ambasciatore Paolini ha finito ed ora tocca a me. Riuscirò a dire a questi delegati quello che veramente sento dentro per loro?

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