Servizi

Salvate la Croce Rossa

A Guardea, una cittadina di un paio di migliaia di abitanti tra Orte e Orvieto, sulle colline umbre, la sede della Croce rossa è di fianco al bar della via principale. Un piccolo locale dove, qui come altrove, vive il «corpo sano di un ente morale istituzionalizzato con legge dello Stato nel 1882. Nel 1995 la Cri diventa un ente con personalità giuridica di diritto pubblico a tutti gli effetti e quindi sottoposto alla disciplina propria dell’apparato statale. E’ l’indigesta anomalia italiana. «Di anomalie», spiega L., un volontario che preferisce mantenere l’anonimato «ne sono sempre esistite tante e in tutte le Cr del mondo. La presenza dei militari, com’è ancora oggi in Italia e in Portogallo, è una di queste. Ma finché la cosa non solleva polemiche, Ginevra fa finta di niente. Il fatto è che l’Italia continua a creare problemi e l’Ifrc le ha già chiesto tre volte di cambiare statuto. Di stravolgere in sostanza questa identificazione tra un’associazione di volontariato e un ente pubblico, di fatto al servizio del governo.» L’ultima «anomalia» in ordine di tempo riguarda le «impronte» da prendere agli stranieri. Il governo non pensa niente di meglio che coinvolgere la Croce rossa che da braccio umanitario diventa una quinta colonna di polizia. La base si infuria. I vertici reagiscono tiepidamente anche se non dappertutto le cose vanno come vorrebbe il ministero dell’Interno. In alcuni casi ci si accontenta di fotografare i rom, in altri il rifiuto è netto, in altri ancora si fa melina. Il malessere è palese.

Ma se la base scalpita, il vertice frena. Una riforma della Croce rossa significherebbe rinunciare a 180 milioni di euro, il controllo su cinquemila dipendenti che dovrebbero essere riassorbiti altrove, uno smacco per i militari che utilizzano la Cri per fare carriera e, soprattutto, la necessità di fare come assai meglio si fa altrove: in India, per esempio, dove cinquecento dipendenti amministrano dodici milioni di volontari, uno ogni 24 mila. In Italia ce n’è uno ogni 30-40. In più i volontari si sentono inascoltati. Durante l’avventura irachena, non ci fu solo il governo italiano a chiedere una mano alla Croce rossa. Anche Aznar tentò il colpo. Ma i volontari dalla Cr spagnola risposero no grazie. In Italia non vennero nemmeno interpellati. E richiamarsi ai principi serve a poco anche perché nello statuto della Cri le singole parole sono state pesate con un «manuale Cencelh» molto particolare. A favore del governo.

I sette pilastri alla base di ogni statuto della Croce rossa regolano la vita del movimento internazionale. Tra questi sette comandamenti (umanità, imparzialità, neutralità, indipendenza, volontarietà, unitarietà, universalità), il quarto è fondamentale. Vediamo in dettaglio cosa dice lo statuto internazionale alla voce «indipendenza»: «Le società nazionali devono sempre conservare autonomia così che possano in ogni caso agire in accordo con i principi del Movimento.» Sul sito della Cri, alla stessa voce, si spiega invece che «le società nazionali devono però conservare un’autonomia che permetta di agire sempre secondo i principi della Croce rossa». Al posto di «devono sempre» c’è un più blando «devono però». Quando si dice la sintassi… Nello statuto del 1995 la Cri alla voce «indipendenza» traduce così: «La Croce rossa svolge in forma indipendente e autonoma le proprie attività in aderenza ai suoi principi, è ausiliaria dei poteri pubblici nelle attività umanitarie ed è sottoposta solo alle leggi dello Stato ed alle norme internazionali che la riguardano». Nella bozza del nuovo statuto, quello in discussione, l’arzigogolo è ancora più evidente: anziché sottolineare maggiormente l’indipendenza della Cri, si parla di svolgere attività «in forma indipendente» e in compenso si rimarca che la Cri è sottoposta alle leggi dello Stato che vengono prima delle norme internazionali che la riguardano. Superfluo dire che la bozza gode di scarsissimo consenso.

Per un po’ si è sperato che le cose sarebbero cambiate. E che i vertici avrebbero ascoltato la base che sul forum interno tentava la battaglia impossibile della riforma interna. Ma i boccaporti sono chiusi. E mentre i volontari cominciano a interrogarsi sul da farsi arriva il colpo di grazia. Massimo Barra viene «congedato» senza tante smancerie. Il 12 novembre, dopo che il commissariamento è diventato ufficiale, si sfoga con l’Adnkronos: «È indicativo che ci siano stati nella Croce rossa per sette anni un presidente e per 18 anni dei commissari di governo. Ciò significa che i vari governi, di qualsiasi colore fossero, non erano tanto interessati al fatto che l’ente rappresentasse un organismo indipendente e sovranazionale, ma quasi una loro proprietà, un paraministero. » Eppure l’ex presidente della Croce rossa italiana, pre pensionato con un anno di anticipo, aveva fatto bene: «II 28 dicembre 2005, data del mio insediamento», dice, «ho ereditato un buco di cassa con la Bnl di 57.553.623,90 euro. Lascio al mio successore un buco di 18.888.705,57 euro. Questi numeri dimostrano ampiamente che sono stato artefice di un risanamento clamoroso. » Ma al governo del risanamento importa poco. Il vero punto sono la dannata «indipendenza» e il dannato «statuto» sotto scrutinio. Inutile dire che la nota del ministero del Lavoro dell’11 novembre che licenzia Barra e insedia l’ennesimo commissario straordinario, del risanamento non fa parola. Forse per rispetto della neutralità della Croce rossa.

,