Servizi

Salvate la Croce Rossa

Da: “Diario” Quindicinale – Anno XIII n. 22 dal 28 novembre all’11 dicembre 2008
Lo statuto internazionale parla chiaro: la Cr è un ente autonomo e neutrale. Al contrario, quella italiana continua a dipendere (anche economicamente) dai governi e a ospitare al suo interno una sezione militare. I volontari civili sono in rivolta. E scrivono a Napolitano
In Italia è moribonda, soffocata dalla burocrazia e piena di anomalie

Questa volta non è questione di «sparare sulla Croce rossa». Quella italiana, la Cri, non sta affatto bene già per conto suo. Sta anzi malissimo. In un certo senso è moribonda. Commissariata per l’ennesima volta l’11 novembre scorso, messa cioè sotto tutela da un inviato speciale del governo apparentemente per questioni di bilancio, sembra versare in una sorta di coma profondo. Un coma strettamente connesso a una storia pasticciata che gira ormai da decenni attorno alla sua diversità rispetto alla stragrande maggioranza delle consorelle che aderiscono alla Federazione internazionale della Croce rossa e della Mezzaluna rossa, con sede a Ginevra: la stretta dipendenza dal governo. Una contraddizione evidente con almeno tre dei sette «comandamenti» dell’istituzione fondata nel 1800 dal filantropo svizzero Henry Dunant e che oggi raccoglie 186 società nazionali: neutralità, imparzialità e, soprattutto, indipendenza. Ma c’è di più. L’incapacità di produrre un nuovo statuto, cosa cui la Cri è stata recentemente obbligata per la terza volta da Ginevra al fine di correggere l’«anomalia italiana», sta facendo rischiare l’implosione. Originata dall’esplosione della rabbia dei suoi 250 mila aderenti, sparsi lungo tutto lo stivale: i volontari, le vere «colonne» della Croce rossa italiana, non ne possono più di governo, commissari e di una struttura burocratica imponente che, in un’organizzazione a carattere volontario, conta circa cinque mila dipendenti pubblici. Questa situazione è causa del perenne buco di bilancio, dovuto al fatto che lo Stato versa i 180 milioni di euro nelle casse della Croce rossa con solenne ritardo. Un ritardo che spesso tocca ai volontari ripianare… con le donazioni. Quando il corpo fluido dell’ente fondato nel 1864 ha capito che la riscrittura dello statuto non avrebbe fatto uscire la Cri dalle secche della dipendenza dal governo e dalle pastoie della burocrazia statale – e che ormai la presidenza del Consiglio era orientata a nominare un nuovo commissario nella figura del dottor Francesco Rocca – il forum interno di discussione sul sito della Cri è diventato rovente. E la rabbia si è tramutata, dopo settimane di polemiche e mugugni, in una lettera aperta a Giorgio Napolitano che sarà resa pubblica nei prossimi giorni e di cui Diario è in grado di anticipare i contenuti. Con una prima tornata di firme «pesanti», dallo storico Angelo Del Boca al docente di aiuto umanitario Gianni Rufini, dal giornalista di Repubblica Guido Rampoldi (che raccontò l’epopea dell’ex commissario Maurizio Scelli in Iraq) al presidente della Federazione rom e sinti Nazzareno Guarnirei, la lettera non spreca troppe parole. Denunciando la «grave e reiterata negazione della sua indipendenza», chiede al presidente che la Cri «venga integralmente e definitivamente separata dallo Stato italiano, consentendo così la costituzione di una Croce rossa-Associazione di Volontariato che possa agire, finalmente, in maniera efficiente e nel pieno ed incondizionato rispetto dei principi fondamentali di Neutralità ed Indipendenza come previsto dal Movimento Internazionale di Croce Rossa. »

Difficile dire cosa abbia reso colma la misura, al punto che qualcuno già paventa una possibile «scissione» con conseguente lancio di una «nuova» Cri davvero indipendente. La madre di tutte le complicazioni ha una storia antica che passa da diverse bizzarrie per un ente civile e indipendente per statuto: che incorpora per esempio una sezione militare, un’anomalia vissuta con fatica dai volontari civili, la stragrande maggioranza. Ma quel che rende indigesto il caso italiano è che la Cri è ormai una sorta di braccio «umanitario» dello Stato, anzi del governo. Tanto che una battuta ricorrente racconta come il presidente (eletto dai volontari, fino a ieri Massimo Barra) non presieda nulla mentre chi decide tutto è il direttore generale (attualmente Andrea Des Dorides) o il commissario straordinario. Imposti dal governo.

La pietra dello scandalo però arriva con la guerra in Iraq, quando il commissario straordinario di turno è il brillante avvocato Maurizio Scelli: un’ascesa meteorica che passa dalla gestione di parte del Giubileo vaticano, una corsa elettorale in Forza Italia andata buca e un traguardo, coi buoni auspici di Gianni Letta, al vertice della Cri. È lì che la Croce rossa italiana passa il punto di non ritorno. Scelli accetta che l’ospedale da campo che la Cri monterà a Baghdad, subito dopo la caduta di Saddam, sia scortato dai carabinieri. Apriti cielo! A Ginevra non credono ai propri occhi e, pur rispettando la rigida etichetta che impone di lavare i panni sporchi in famiglia, Jakob Kellenberger prende carta e penna e scrive alla Farnesina. Il presidente del Comitato internazionale (che rappresenta sia la Federazione, o Ifrc, che agisce in caso di disastri naturali, sia l’Icrc, il Comitato che interviene durante i conflitti) invita l’Italia a non tradire i sacri principi del movimento e chiede a Roma di ritirare i carabinieri dall’ospedale. Ne nasce un caso diplomatico, ma il governo Berlusconi fa orecchie da mercante. Scelli pure. E così facendo da una mano al ministro della Difesa Antonio Martino che, anche grazie al connubio carabinieri-ospedale, fa passare la missione irachena «Antica Babilonia» come «un’operazione di pace». Ma Scelli fa di più: diventa una sorta di mediatore semiufficiale nei casi di sequestro che avvengono in Iraq, senza che si capisca se tratta per Ginevra o per Roma. Il malumore è sempre più sensibile fino a che, sia per la vicenda di Enzo Baldoni (che in Iraq morirà proprio dopo un viaggio coi mezzi della Croce rossa) sia per quella di Giuliana Sgrena, l’avvocato di Sulmona verrà elegantemente silurato. Ma ormai i tempi sono cambiati e l’Italia dall’Iraq se ne va. Come se ne va Maurizio Scelli. L’arrivo di Massimo Barra, non più commissario ma presidente eletto, sembra segnare il ritorno della speranza. Barra parla apertamente di indipendenza e sembra deciso a evitare nuovi commissariamenti e a riscrivere lo statuto come si deve. Ripiana in parte il buco di bilancio. Ma alla fine anche lui viene messo all’angolo. (Segue alla pagina successiva >>)

,