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La Croce Rossa svolta a destra

Da: “l’Unità” lunedì 8 dicembre 2008
Una organizzazione umanitaria sempre più militarizzata nonostante gli statuti internazionali. E privata del presidente

Sostituzione
Massimo Barra medico, sostituito da un avvocato di An
Conti a posto
Conti appianati nonostante la gestione di Maurizio Scelli

Il presidente Napolitano ha ricevuto una lettera promossa da Gianni Rufini e Ugo Bernieri, tecnici umanitari. La stanno approvando i 300mila volontari della Croce Rossa accompagnati da storici, giornalisti (Giorgio Bocca, Angelo del Boca, ecc) e docenti che hanno dedicato la vita ad opere di solidarietà. Chiedono che la Cri italiana smetta di essere controllata dallo Stato; soprattutto venga smilitarizzata. Il fascismo le aveva infilato la divisa, e in quell’Europa sul piede di guerra ogni altro paese si era adeguato. Ma da vent’anni uniformi e ingerenze dei governi sono sparite dagli statuti del vecchio continente. Sotto tutela politica è rimasta solo l’Italia, duemila militari nell’organico. Sfilano ai Fori Imperiali, gradi sulle spalle, anche le crocerossine ibridamente inquadrate nelle forze armate.

LA NOSTRA CROCE ROSSA
è sempre più lontana dal movimento internazionale, quasi un croce di plastica se non fosse per l’esercito dei volontari estranei alle contorsioni. Sopportano le decisioni delle “alte autorità” senza poter decidere. Il loro impegno sul campo rispetta lo statuto che impone sette principi fondamentali: umanità, imparzialità, neutralità, indipendenza dai poteri politici e religiosi, servizio volontario, unità, universalità. Ginevra rimprovera all’Italia mancanza di autonomia dalla politica, profilo che rende la Cri di Roma diversa da ogni movimento raccolto sotto la stessa bandiera. Ecco le ultime pagi ne di storia: dopo diciotto anni di commissariamenti, alla nostra Cri è stato concesso di votare un presidente. Decisione sofferta del commissario Maurizio Scelli che si è arreso all’assedio dei 300mila volontari. Scelli era il proconsole imposto da Berlusconi mentre si preparava la guerra in Iraq. Veniva da una delusione romana: candidato Forza Italia non ce l’aveva fatta e per addolcirne il rammarico il partito lo aveva sistemato. Obbedisce, tacendo: apre l’ospedale da campo portando i carabinieri a Baghdad. Indignazione della commissione di Ginevra, affronto alla filosofia del Movimento disarmato.

Protesta con Berlusconi, ma Berlusconi non risponde. Le disavventure continuano quando, in scadenza, Scelli organizza il raduno dei ragazzi Onda Azzurra nel palazzo dello sport di Firenze. Non arriva quasi nessuno e il Cavaliere si inquieta e Scelli esce dal cono di luce. Fonda il partito della destra risentita, ma non perde d’occhio la realtà e cade da cavallo sulla strada di Arcore in una riconversione che finalmente lo porta in parlamento: deputato Popolo della Libertà. Massimo Barra diventa presidente col 96,8 dei voti. È un medico che tutti conoscono: nel 1974 comincia a curare i tossicomani del centro malattie sociali del comune di Roma. Fonda Villa Maraini, trent’anni sempre dalla parte dei ragazzi in crisi. Nel 2003 viene chiamato nel consiglio d’Amministrazione del Fondo Globale delle Nazioni Unite contro l’Aids. La stima cresce oltre confine: presidente commissione giovani della Cri di Ginevra e della mezza luna rossa; vice presidente della commissione permanente di Croce e Mezza luna rosse. Il suo impegno è riportare la Cri nella legalità internazionale. Riscrivere lo statuto per renderla indipendente dagli umori dei governi di turno. Lo incoraggia Stephen Davey, presidente a Ginevra.

È contento che l’Italia stia pensando a una bozza di legge «conforme alle esigenze minimali dei movimenti della Croce e della Mezzaluna Rossa». È contento che nella Croce Rossa di Roma un gruppo di lavoro sia impegnato con la nuova carta magna «per ridefinire i rapporti tra il Movimento e l’autorità nazionale». Insiste ad ogni riga sull’indipendenza. Ma il 30 ottobre il dottor Barra riceve un fax dalla presidenza del consiglio: decreto firmato da Berlusconi e dal ministro Sacconi. Liquidato. Il governo nomina un commissario come sempre straordinario nell’ordinarietà. Francesco Rocca è avvocato area An. Barra che non gioca con i partiti, ma bada alla sostanza, lo aveva chiamato a dirigere il reparto sociale della Cri. Qualche mese fa Rocca aveva lasciato per trasferirsi al comune di Roma accogliendo l’invito di Alemanno. Adesso la Croce Rossa volta pagina: torna Rocca ma anche i partiti. Storace esulta: «scelta eccellente. Garantisce ad affrontare con gran de professionalità la complessa situazione dell’ente». La Lega non è d’accordo: chiedeva la poltrona per Giusy Parlanti, presidente Cri della Lombardia. A cosa alludono Sacconi e Storace quando parlano di situazione delicata e necessità di un commissario che garantisca la gestione corretta? Il dottor Barra si arrabbia: ha ereditato da Scelli un buco di 57 milioni e 500mila euro. Lo ha rimpicciolito a 18 milioni.

Nell’anno che restava al mandato l’avrebbe chiuso. È la sua indipendenza dalla politica a rendere delicata la situazione. Forse quel no alle impronte rom. Intanto si riscrive lo statuto rovesciando l’impostazione di Barra. Se i protocolli di Ginevra invitano a decidere per sempre l’autonomia, nelle nuove carte di Roma l’autonomia sparisce anche se la Cri dovrà agire «nel rispetto dei principi del Movimento Internazionale». Azzeccagarbugli da manuale. Nega e riafferma, paralizzando. Mentre arriva l’appello al Quirinale, il Tar del Lazio fa chiarezza (28 novembre): la Croce Rossa Italiana deve sparire dal registro del volontariato essendo ente che dipende dallo Stato. Riceve 180 milioni l’anno, un terzo di quanto i volontari mettono assieme con i loro servizi: assistenza, ambulanze. Ma i volontari non contano e lo stato decide. I 180 milioni finiscono nello stipendio di 5mila dipendenti, in parte militari. Il Tar fa cadere l’ultima finzione. Chissà a cosa si aggrapperà il nuovo statuto.

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