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Oppio legale per sconfiggere i talebani

Come in Italia, sulla proposta si ragiona in Gran Bretagna Canada e Portogallo. Ma il vero muro da abbattere è quello statunitense. La Croce rossa: una battaglia culturale

«L’oppio è il petrolio dell’Afghanistan. Gli afghani stanno seduti su una montagna di codeina ma il prevalere di posizioni ideologiche e proibizioniste nella comunità internazionale impedisce loro di sfruttare quella materia prima in modo legale e a scopi farmaceutici». Se Emma Bonino va dritto al sodo, tracciando un bilancio «fallimentare» delle politiche di lotta ai narcotici in Afghanistan, non è solo per la sua radicata fede antiproibizionista. La ministra per il Commercio estero conosce bene l’Afghanistan e la sua battaglia per porre il problema della conversione del campi di papaveri a scopi medici risale proprio al periodo in cui era capo degli osservatori internazionali a Kabul. Molto prima che la situazione precipitasse e che i Talebani riconquistassero vaste aree del paese.

Oggi l’esponente storica del Radicali fa parte di un governo che su questo problema ha avviato una riflessione, testimoniata anche dalla «marea di ordini del giorno accolti in Parlamento», come ricorda la stessa Bonino, ma anche dall’interesse manifestato per il lavoro svolto da organizzazioni internazionali come il Senlis Council, che si batte da anni per questo obiettivo. «li ho incontrati, anche di recente, fanno un lavoro importante su questo fronte dei progetti pilota per la coltivazione legale e controllata dei campi di oppio», racconta al Riformista, prima di imbarcarsi su un aereo per Bruxelles.

Alla luce della recrudescenza della situazione in Afghanistan, dove la riconquista dei Talebani ha aumentato esponenzialmente le coltivazioni di oppio – il 60% in più solo nel 2006, e secondo fonti del Senlis Council il 2007 sarà un nuovo “anno da record” – Bonino racconta che «l’idea di questa organizzazione sta mietendo cauti consensi anche in Portogallo, in Canada». Ma il problema, allarga le braccia, «è il resto del mondo, è il fatto cioè che al livello multilaterale la proposta incontri grandi resistenze. La sfida è quindi convincere gli altri». Soprattutto, gli Stati Uniti, notoriamente contrari alla conversione dell’oppio afghano in morfina e codeina.

Eppure, in Gran Bretagna, che ha posizioni analoghe agli americani, qualcosa si muove. Il 15 marzo scorso 66 parlamentari inglesi, tra cui molti conservatori, hanno firmato un documento in cui chiedono al governo, alla luce del fatto che «la produzione di campi di papavero continua ad aumentare», che «il 90 per cento dell’eroina mondiale viene ormai prodotto in Afghanistan» e che i precedenti storici della riconversione dell’oppio a scopo farmaceutico sono stati «un successo» (si pensi alla Turchia), di sostenere progetti pilota che consentano ai contadini di produrre morfina e codeina per scopi medici».

Secondo la mozione dei deputati britannici, questo consentirebbe tra l’altro di «sottrarre alle organizzazioni terroristiche e ai Signori della guerra benefici dal traffico dì droga». Ed è proprio questo – la relazione evidente tra l’avanzata dei talebani e l’aumento delle piantagioni di oppio, con cui i guerriglieri si finanziano e tengono sotto controllo i villaggi – uno dei motivi, secondo il Senlis Council, che dovrebbe muovere la politica internazionale a riconsiderare la lotta ai narcotici imposta a Kabul. Anche alla luce degli sviluppi più recenti della situazione laggiù, fotografati da un rapporto pubblicato dall’organizzazione proprio questo mese.

Uno studio dal titolo Sul filo del rasoio che analizza la situazione in due delle zone più calde del paese, il sud e l’est, ovvero le regioni di Kandahar, Helmand e Nangahar. A sud, nella regione più fuori controllo, dove era stato catturato anche Mastrogiacomo, il rapporto svela che il 26,8% della popolazione è ormai a favore dei talebani. Ma soprattutto, il 48,72% non ha più fiducia nella possibilità che la Nato possa sconfiggerli. E l’80% è «preoccupato di non poter nutrire la propria famiglia». Questa realtà sociale ed economica, conclude il Survey, «rende relativamente semplice il compito, per i talebani, di conquistare più sostegno da parte delle popolazione e di reclutare nuovi guerriglieri. Confrontati con altri lavori, i guerriglieri talebani guadagnano molto di più. Lavorando per l’esercito o la polizia si guadagna tre o volte di meno», rivela il documento.

Sia chiaro, scrive l’organizzazione, «alla luce del recente dibattito in Italia e in Canada sul ritiro delle truppe, è importante e indispensabile ribadire che il successo contro i talebani è indispensabile e fondamentale per il futuro dell’Afghanistan». Chi conosce bene la tragedia afghana e condivide le preoccupazioni del Senlis Council e di Emma Bonino, è il presidente della Croce rossa italiana, Massimo Barra. Raggiunto al telefono durante una pausa dei lavori ad Atene della conferenza mediterranea della Croce Rossa e della Mezzaluna rossa, Barra osserva che «è urgente che la comunità internazionale si renda conto del fallimento evidente delle politiche sui narcotici seguite fin qui in quel paese. La sostituzione delle piantagioni non ha funzionato.

Per colpa di un dogma internazionale l’Afghanistan produce più oppio che in tutta la sua storia», aggiunge. Per Barra «dobbiamo guardare al problema vero, alla sopravvivenza dei coltivatori e allo strapotere che l’illegalità al 100 per cento delle coltivazioni sta assicurando ai Signori della guerra e ai terroristi. La Cri, ovviamente, è neutrale. Io dico solo: alla luce del fatto che le strategie perseguite finora hanno fallito, proviamo a fare qualcos’altro, proviamo con l’oppio legale a scopo medico».

A chi afferma che il mercato della morfina è saturo, che non c’è bisogno di oppio in più, che il fabbisogno mondiale è soddisfatto, il numero uno della Cri non la manda a dire: «sciocchezze, sciocchezze totali», si scalda: «io ho visto con i miei occhi, in Italia, gente morire di cancro soffrendo le pene dell’inferno perché non gli volevano dare la morfina, perché in Italia è molto radicata la cultura del dolore e i medici tendono a prescrivere piuttosto degli antidepressivi. Si rende conto? Allora, se qui è così si immagini in Burundi o in altri paesi. Il fabbisogno mondiale è falsato da problemi, da orrori come questo». Insomma, la prima battaglia da fare, sospira, «è culturale». Bisogna «sconfiggere la cultura del dolore, noi della Croce rossa su questo siamo in prima linea».

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