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Dall’Afghanistan verrà la morfina “umanitaria”

Da: “il Manifesto” di mercoledì 2 agosto 2006
«Comperare oppio afghano per produrre morfina. Lotta contro la Crisi mondiale del dolore». La Croce Rossa e il governo italiano sosterranno il progetto in sede europea

L’ idea è quella di lanciare un’altra Good will coalition possibile. Non quella della guerra globale al terrorismo, ma per il sostegno alla campagna mondiale «Buy Afghan Morphine, per una marca umanitaria di morfina». Per essere più chiari: per una volta, la «coalizione dei volenterosi» potrebbe essere, realizzata tra quei paesi europei pronti a promuovere un marchio «equo, solidale e accessibile» di morfina prodotta legalmente in Afghanistan; Al momento Francia e Spagna stanno analizzando il progetto, ma è l’Italia la maggiore sostenitrice. Qualche giorno fa è stato lo stesso Ugo Intini, vice ministro degli Esteri, a dare notizia ufficiale dell’appoggio dell’Unione al progetto elaborato dal think thank internazionale The Senlis Council e promosso dalla Croce rossa italiana e dal suo presidente Massimo Barra: «il governo ritiene che la questione dell’acquisto legale di oppio a uso farmaceutico meriti un’attenta riflessione, e se né farà promotore sia in sede europea che con le autorità afghane», ha detto Intini.

L’obiettivo è duplice: ridurre il traffico illegale di eroina afghana – tentando anche un’operazione di promozione della legalità in un territorio che stenta nella ricostruzione del dopoguerra e nel quale la produzione illegale d’oppio alimenta un circolo vizioso di violenza ed estrema povertà – e allargare l’accesso alla terapia del dolore, carente anche in Italia, ma praticamente inesistente in tanti paesi in via di sviluppo, per i quali l’uso della morfina brevettata dalle grandi multinazionali è un lusso inaccessibile. «Nel 2004 solo il 24% del fabbisogno di morfina è stato soddisfatto nei sette maggiori mercati di oppiacei: Usa, Gran Bretagna, Giappone, Francia, Spagna e Italia», sono i dati dell’International narcotics control boards e riportati da Intini anche in commissione a Montecitorio.

Il sottosegretario agli esteri Gianni Vernetti ha già preso contatti con la Senlis council e l’iniziativa ha trovato il sostegno dello stesso ministro Massimo D’Alema e di quello della Salute Livia Turco, ha raccontato Intini «La morfina è un farmaco che costa poco, quindi nessuna industria farmaceutica ha grande interesse a diffonderla – spiega Massimo Barra – Ecco perché nel mondo si da poca importanza alla terapia del dolore, tanto da dover parlare di ‘Crisi mondiale del dolore’, e persino l’Italia è al 103simo posto nel mondo insieme alla Bulgaria nello sviluppo della terapia nonostante le campagne di Veronesi, Sirchia e Turco.

E così le multinazionali sponsorizzano farmaci che costano di più, ma sono molto meno efficaci della morfina Ma la Croce Rossa si batte contro il dolore: non condividiamo la retorica del suo valore salvifico». Le piantagioni di oppio a scopi farmaceutici sono legali in Turchia, Australia e Francia. Ma anche in Afghanistan la legge per la «Lotta ai narcotici» del 2005 contiene esaurienti disposizioni per la produzione autorizzata di papaveri. Nel contempo in Africa, in Sudamerica e in Asia la provvigione di analgesici «è insufficiente a fronteggiare la crisi del dolore, generata dalla pandemia da Hiv e dalla crescita esponenziale delle patologie oncologiche», racconta ancora il presidente della Cri.

Che riguardo ai canali di distribuzione dice: «Su questo va fatto un approfondimento d’indagine. Ma potrebbe essere una marca di morfina umanitaria distribuita attraverso i canali umanitari tipo Onu o Croce rossa internazionale. Sostenendo la campagna Buy afghan morphine la comunità commerciale europea potrebbe diventare un vettore umanitario nel mercato farmaceutico internazionale». «L’idea è nata durante un convegno all’università di Kabul tenutosi il 1 dicembre in occasione della giornata mondiale dell’Adis- ricorda Barra – quando la Croce rossa italiana si è confrontata con la Mezza luna rossa afghana presieduta da una donna, membro della Loya Jirga, Fatima Gailani, sul problema doppiamente scottante per quel paese che è la produzione di droga. Alla produzione di oppio di cui sono tra i primi produttori, si è aggiunto recentemente il problema di tanti afghani che cominciano a drogarsi, specialmente quelli che tornano dal fronte del Pakistan. E così anche loro stanno cominciando a ragionare sulla riduzione del danno».

Barra racconta come in quella occasione oltre 20 società di Croce Rossa e Mezza luna rossa dell’Europa orientale e dell’Asia centrale, compreso l’Iran, si siano confrontate sul problema, accettando l’Italia nel ruolo di esportatore di knowhow, di competenze, e alla fine si sia pensato di rivolgersi al Senlis Council. Il gruppo, composto da giovani attivisti e specializzato in politica internazionale sui narcotici, ha lavorato per due anni al progetto nelle province di Herat e Kabul con 14 persone che andavano e venivano dalle sedi di Londra e vicino Parigi, a Senlis appunto, finanziati dalla Network of European Foundations.

Il loro studio di fattibilità è pronto e, dicono, sono in grado di dare il via alla fase sperimentale con progetti pilota. «Abbiamo preso accordi con due coltivatori di piccole piantagioni d’oppio – ci racconta dalla sede londinese il responsabile dell’analisi politica Fabrice Pothier – abbiamo parlato con le autorità locali, i capi villaggio, le autorità religiose e tribali, con tutti quelli che hanno il controllo effettivo del territorio, molto più del governo». Nella sperimentazione si vedrà poi se reggerà l’accordo con i contadini, ai quali verrà fornito un reddito equivalente a quello del sistema illegale che è comunque «bassissimo perché ad arricchirsi sono solo i mercanti di droga e armi: a loro arrivano solo 230 dollari a chilo circa», continua Pothier. La morfina poi sarà prodotta in loco, come già avviene oggi con l’eroina che da essa si estrae sinteticamente con procedimenti realizzabili «in qualunque cucina». Rimarrebbe comunque aperto il problema della sicurezza e dell’ostilità delle narcomafie.

«Ammiro molto quelli del Senlis Council che vanno a fare questi discorsi sul terreno, perché la sicurezza non è certo garantita», fa notare Barra. Ma Pothier crede invece che il problema si porrebbe solo per gli stranieri, non se si affida alla comunità stessa l’intera filiera produttiva. «Posto che il 60% del pil afghano è legato all’oppio, pensare di azzerare il problema cancellando le colture dell’oppio con le esfoliazioni, gli incendi, le azioni rambistiche e quant’altro, è una pia illusione – sostiene Barra – Lo stesso Senlis Council è stato creato per una politica sulla droga più umana e umanitaria, a fronte delle politiche più ortodosse che non solo non risolvono il problema, ma aggravano il danno.

Anzi, sono l’orientamento è verso un aumento del danno, per il principio che se rendo la vita del tossicodipendènte più insopportabile, questo verrà a più miti consigli. Io mi permetto di dire, dalla mia trentennale esperienza di Villa Maraini, che questo sistema non funziona». Un problema, quindi, da affrontare con una politica decisamente di segno opposto a quella approntata da Pino Arlacchi un decennio fa in sede Onu, e sostenuta oggi dall’attuale direttore dell’Unodoc Antonio Maria Costa, con la quale si arrivò a finanziare il governo talebano in cambio della distruzione delle piantagioni. «E in tutti questi anni – conclude Barra – la classe medica si è resa responsabile di aver fatto morire nel dolore migliaia di persone nel mondo, per un approccio ideologico e per un disonesto quieto vivere. Io non voglio mettere su un business, voglio solo dimostrare che non tutti i papaveri possono e devono rimanere nella mani degli spacciatori.

Mi rendo conto che la nostra potrebbe essere confusa con una posizione antiproibizionista, ma non lo è: il nostro intento è meramente umanitario. La Croce rossa ha un ruolo di advocacy, deve parlare a nome delle persone vulnerabili e difendere gli interessi di chi ne ha più bisogno».

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