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Muccioli e don Mazzi, il fronte del no ma le comunità di recupero sono divise

Da: “la Repubblica” di mercoledì 14 giugno 2006
Favorevoli Gruppo Abele, Saman e Villa Maraini. Don Gelmini: “Più che una soluzione sarebbe una resa”

Dare droga a chi si droga? Una follia. No, una tecnica di riduzione del danno. Divise, più divise che mai. Non è solo politica la bufera sulla proposta del ministro Ferrero di sperimentare le “stanze del buco”. È anche tecnica, morale, sanitaria. Le comunità, gli operatori, gli esperti che da anni combattono la tossicodipendenza sono spaccati, due anime opposte, tra chi considera quei luoghi come un’ancora per eroinomani che altrimenti morirebbero per strada, e altri nomi storia della lotta alla droga, don Gelmini, don Mazzi, Andrea Muccioli che parlano apertamente di «proposta aberrante», e «vergognosa». Cerchiamo di capire.

Le “stanze del buco” sembrano riproporre, nella geografia degli operatori, la divisione di sempre: comunità chiusa, comunità aperta, metadone sì, metadone no, riduzione del danno o invece disintossicazione attraverso la negazione assoluta della sostanza. Sul fronte del Sì, può essere utile iniziare dalle parole di Massimo Barra, fondatore della comunità romana di Villa Maraini, oggi presidente della Croce Rossa, uno dei primi ad aver applicato in Italia la tecnica di riduzione del danno. «Meglio le “stanze del buco” – sintetizza Barra – che una overdose in uno scantinato o in un bagno. Del resto è dal 1992 che con i nostri camper nei posti più a rischio della città noi distribuiamo siringhe sterili. E siamo riusciti a salvare 1300 persone da morte sicura per overdose…».

Più analitica la posizione di Leopoldo Grosso, del Gruppo Abele. Grosso ricorda che nei paesi dove le “stanze del buco” sono state sperimentate «c’è stata una forte riduzione dei contagi di Aids ed epatite, e della mortalità, perché bisogna ricordare che il maggior numero di overdose avviene in casa». Le stanze del Buco sono poi un luogo utile a «ridurre la scena aperta della droga», e soprattutto una “zona franca” dove gli operatori riescono ad entrare in contatto «con quei tossicodipendenti che hanno ormai alle spalle decenni di eroina, sono spesso malati, senza casa, e provano con loro a costruire un nuovo percorso di cura e di speranza».

Sulla stessa linea un’altra comunità storica, Saman, il cui presidente Achille Saletti sostiene la proposta di Ferrero, ma invita, prima di tutto «a mettere ordine nel sistema socio-sanitario delle dipendenze». Durissima invece la reazione degli operatori del fronte del No. Definisce le “stanze del buco” «una cosa vergognosa», don Antonio Mazzi, fondatore della comunità Exodus, e boccia senza appello tutta la politica dell’Unione sulle tossicodipendenze «Mi domando se le priorità di questo governo siano la legaliz¬zazione delle droghe leggere e le stanze del buco. I primi passi so no tutti sbagliati». Eppure don Mazzi non era stato tenero con la legge Fini e ne aveva bocciato i passi più restrittivi, soprattutto la caduta della differenziazione tra droghe leggere e droghe pesanti.

Ancor più radicale l’indignazione contro la proposta Ferrero, di don Pierino Gelmini, fondatore delle comunità Incontro. «Aprire le stanze del buco, per sostenere le famiglie dei tossicodipendenti, equivale ad aprire i manicomi per sostenere le famiglie dei malati di mente. È angosciante e doloroso sentire una proposta di questo genere rivolta al ragazzi, quasi che i giovani di oggi siano persone senza capacità, senza dignità, senza volontà. Respingiamo – dice don Gelmini – questo tentativo di soffocare la volontà di reagire in virtù della filosofia della riduzione del danno. Noi proponiamo invece una lottato tale alla droga, attraverso la riscoperta dei gran di valori della vita».

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