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Croce Rossa Italiana, Barra al centro

Da: “CorrierEconomia” – Anno X N. 23 di lunedì 19 giugno 2006
Grane nazionali. La nuova gestione della Cri, associazione volontaria-ente pubblico, dopo 26 anni di commissariamenti. E uno sciopero.
Illegalità, 6 milioni mancanti. Il presidente annuncia una sterzata morale. Il governo rimpalla.
E’ un centro di potere diffuso che suscita appetiti. Ma dei 5.600 dipendenti, 4 mila sono precari.

Lo sanno tutti che la Croce Rossa è nata su un campo di battaglia, il 24 giugno 1859, tra Solferino e Castiglione delle Stiviere. Mentre non tutti sanno che la Croce Rossa Italiana un campo di battaglia lo è diventata, e da molti anni. Dentro un’istituzione così nobile – per definizione quella cosa su cui non si spara – si è radicata la tradizione di giocare alla guerra. Da anni presidenti e commissari si succedono senza mai smettere, prima durante e dopo l’incarico, di scambiarsi accuse da querela: questioni di soldi, quasi sempre, con l’abituale rosario di dossier, denunce, ispezioni ministeriali, verifiche contabili e indagini interne.

Senza mai risultati chiari, perché, come in tutti i carrozzoni pubblici, la colpa morì fanciulla. Infatti la Croce Rossa, e questo è il suo dramma, non è solo l’istituzione del volontariato per eccellenza. È anche, e soprattutto, un ente parastatale. Massimo Barra, medico romano cinquantottenne, plebiscitariamente eletto presidente nel dicembre scorso – per la prima volta nella storia della Cri da una consultazione democratica che ha visto al voto tutti i circa 143 mila soci attivi – è polemico. «Il giorno dopo il mio insediamento – dice – hanno cominciato a circolare le prime voci di commissariamento». Conferma Vincenzo Di Biase, esponente della Cgil: «Barra accusa noi sindacalisti di far parte del partito del commissariamento, ma non so perché». Commissariamento: è la parola chiave nelle storie di Croce Rossa.

La presidenza Barra mette (forse) fine a 26 anni di commissari, interrotti solo da una breve presidenza di Maria Pia Garavaglia. Anni travagliatissimi, come dimostra la singolare parabola della stessa Garavaglia, esponente democristiana di lungo corso, oggi vicesindaco di Roma. Nominata commissario nel 1995 dal governo Dini, nel 1998 riuscì a diventare presidente battendo proprio Barra, il quale augurò alla neopresidente che «le forze politiche vogliano vederci chiaro in quella che è stata una gestione fallimentare, fatta di menzogne e avvenimenti di dubbia legittimità». Da parte sua Garavaglia, accusando Barra di «linguaggio intimidatorio», rivendicava di aver fermato, con la sua gestione commissariale, «illegalità e corruzione». Anche le forze politiche faticavano a orientarsi. Maurizio Gasparri di An giudicò l’elezione della Garavaglia uno schiaffo al Parlamento, perché ignorava la secca censura firmata solo pochi mesi prima dal diessino Giuseppe Lumia. (Segue alla paghinma successiva >>)

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