Servizi

“A Nassiriya, noi non abbiamo paura”

Da: “Visto” N. 21 del 26 maggio 2006
Con Visto in Iraq, dove pochi giorni fa sono morti quattro militari italiani, per vedere come opera la Croce Rossa sul fronte umanitario.
I sanitari garantiscono il pronto soccorso, visitano a domicilio gli iracheni e trasferiscono in Italia i malati più gravi: “Come ricompensa ci basta il loro sorriso”

All’aeroporto Tallii di Nassiriya colpisce il grigio del cielo, solitamente blu, una coltre impenetrabile che all’orizzonte grava su una ziqqurat, quasi come in un miraggio. È il grigio del la terra, un deserto argilloso da cui non filtra una goccia d’acqua. Meglio questa luce soffocata, dicono gli iracheni, che quella violenta, estiva, quando la temperatura raggiunge i 70 gradi e bisogna bere dodici litri d’acqua al giorno. Siamo venuti qui a Nassiriya per vedere con i nostri occhi l’attività della Croce Rossa nel territorio vigilato dalle truppe italiane. Nell’aria si respirano ancora la tensione e il dolore per l’attentato del 27 aprile a un mezzo del nostro contingente militare, che è costato all’Italia quattro morti: Nicola Ciardelli, Franco Lattanzio, Carlo De Trizio e Enrico Frassanito. A cui si deve aggiungere il caporale rumeno Bogdan Hancu.

Viaggiamo sul C130 dell’aeronautica militare con il Presidente della Croce Rossa Italiana Massimo Barra e un gruppo di alti ufficiali diretti a Camp Mittica, base dell’operazione Antica Babilonia. Ormai siamo nel «teatro operativo», come lo chiamano, dopo un viaggio di nove ore, e un sorvolo dell’Iraq a luci spente. Il compound (l’accampamento) italiano è un’immensa area desertica attrezzata con tende, prefabbricati e mezzi militari, anch’essa grigia per via della mimetizzazione. Ci immergiamo nella vita di un esercito nel pieno della sua operatività ed efficienza, un esercito che «anche gli altri ci invidiano», come dicono allo Stato Maggiore. E nella vita della Croce Rossa che, come precisa il Presidente Barra, è «un corpo militare ausiliario che porta un valore aggiunto all’esercito, perché il suo scopo è ricordare che ci sono dei paletti, segnati dal principio di umanità e, fin dove è possibile, dal rispetto della vita, al di là dei quali non si può andare, neanche in tempo di guerra».

Aggiunge Barra: «La Croce Rossa, che gode di una quota del finanziamento all’operazione militare, anche in caso di smobilitazione anticipata sarà l’ultima a partire». Anche nel «teatro operativo», la Croce Rossa è l’estremo baluardo in difesa della vita. Il Posto medico avanzato ne è un esempio. Accade un incidente o, peggio, un attentato e un sopravvissuto riesce, telefonicamente, a chiedere soccorso? Deve solo dire chi è, dov’è, cosa è successo, se è esplosa una mina o altro. Quanti feriti? Ci sono bambini? L’intervento, su cingolato o in elicottero, è immediato. In cinque minuti esatti sul posto sono montate le tende, allestite le sale operatorie. Accanto ai medici, ci sono le crocerossine, le «sorelle». Mariella Durante dell’Ispettorato di Belluno, che è qui da un mese, minuta, bionda, un viso dolce, dice: «Sono venuta per aiutare tutti. È bellissimo fare questo lavoro, mi creda. Bisogna trovarsi fra questa gente, vedere la loro povertà, la loro sofferenza per capire quanto si può essere felici nel donare se stessi per salvare le altrui vite.

Le persone che aiutiamo ci ricompensano volendoci bene. Basta vedere il loro sorriso. Ne siamo orgogliosi». Dentro il campo, sui percorsi in terra battuta e sassi, viaggiamo su grosse jeep. Qualche militare fa footing, ma a noi non fanno muovere un passo. Nella mensa non è possibile portare borse: potrebbero contenere bombe. Ma in questa sala affollata soldati, medici e assistenti si lasciano andare a un po’ di spensieratezza, godendosi il cibo. Di notte, nonostante il rumore dei gruppi elettrogeni, si dorme senza ombra di paura. Il mattino dopo, Camp Mittica è oppresso da un cielo plumbeo. Si teme l’acquazzone, perché quando piove l’acqua stagna sul terreno in larghe pozze prosciugate solo dalle idrovore. Sui mezzi degli aiuti umanitari diretti ai villaggi al di fuori della «bolla di protezione» (dai confini virtuali, segnati dai velivoli radiocomandati), si devono indossare elmetto, giubbotto antiproiettile e cassetta contro gli attacchi chimici. Si va a consegnare medicinali, alimenti, materiale scolastico, e soprattutto acqua. I bambini non chiedono caramelle, ma solo acqua. C’è una sorta di «assalto pacifico» ai mezzi della Croce Rossa e ai medici.

Gli interventi riguardano soprattutto le ustioni che colpiscono donne e bambini perché si usa la benzina per cuocere i cibi; ma anche morsi di serpenti, deformazioni, infezioni derivate dalla mancanza di igiene. I medici effettuano anche visite a domicilio. Nell’ospedale di Camp Mittica, diretto dal tenente colonnello Enzo Ferrante, dove insieme lavorano la sanità militare e quella di Croce Rossa, quest’ultima ha allestito le strutture chirurgiche e di terapia intensiva. Le malattie più comuni, tra i nostri, sono i colpi di calore e la diarrea. Ogni giorno poi bisogna curare traumi da caduta. Il «percorso rosso» è quello per l’emergenza: il paziente è portato nella «sala rossa» per la rianimazione, quindi trasferito in terapia intensiva o in sala operatoria. Da un ingresso particolare, invece, a cui si accede da una strada che attraversa l’attiguo campo americano, affluiscono gli iracheni, che i medici visitano decidendo dove possono essere curati, se qui o in Italia. Ci fermiamo a parlare con Hassan, leucemico, e con sua madre.

Vengono da Bassora. Ora sono già in Italia, nell’ospedale di Catania. «Quando queste persone o questi bambini arrivano nel nostro Paese», di ce Barra, «sono assistiti dai vari Comitati della Croce Rossa. A Firenze c’è un appartamento che dall’inizio della guerra ospita gli iracheni “adottati” dal comitato locale della Cri». In tre anni la Croce Rossa si è occupata di centinaia di casi a Nassiriya. Nel viaggio di ritorno abbiamo a bordo Ali Abid Al Amir, due anni ad agosto, e sua madre. Il bimbo sarà ricoverato all’ospedale Gemelli di Roma per mielomelingocele. «Ce la farà», garantisce il dottor Barra.

,