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Muccioli dieci anni dopo. Il metodo piace solo a destra

Da: “L’Unità” di martedì 20 settembre 2005
Fondò “San Patrignano” per recuperare i tossicodipendenti. Gasparri: “Un eroe”. Manconi: “No, sbagliò l’approccio”

«Vincenzo Muccioli è un eroe, un italiano esemplare. E la sua comunità, San Patrignano, è un esempio per l’Italia ed il mondo», Maurizio Gasparri, esponente di An, nel decennale della morte spende parole di elogio per Vincenzo Cuccioli aggiungendo che «chi lo aveva ingiustamente criticato oggi non può che ricredersi». E il sindaco Rosa Russo Jervolino va anche al di là, vuole intitolare al fondatore di Sanpa una strada di Napoli e spiega: «È una figura tra le più affascinanti che abbia mai conosciuto e anche tra le più generose». Ma davvero il modello Muccioli per uscire dal tunnel della droga è stato ed è così esclusivo, un esempio da copiare ed estendere su tutto il territorio?

Il centrodestra – da Berlusconi alla Moratti, da Giovanardi ad Alemanno – non ha fatto altro in questi anni che osannare San Patrignano. Quasi calibrando il Ddl Fini sulla droga sul binomio Sanpa-Muccioli. La storia di questa comunità è lunga, tormentata e, a tratti, drammatica. Lo stesso Vincenzo Muccioli si è dovuto confrontare più volte con la giustizia: negli anni 80 è stato recluso un mese per via delle punizioni esemplari ai tossicomani (il cosiddetto processo “delle catene” poi concluso con un’assoluzione in appello e in Cassazione, dopo la condanna in primo grado).

Negli anni 90 il processo per il delitto di Roberto Maranzano, il giovane palermitano ospite di San Patrignano ucciso da Alfio Russo il 5 maggio ’89, capo della macelleria della comunità riminese. In questo caso Muccioli fu assolto dall’accusa di omicidio colposo e condannato per favoreggiamento. Ma qual era il metodo adottato a San Patrignano? «Il tossicomane – sosteneva Vincenzo Muccioli – è un individuo incapace di intendere e di volere» del quale si può perseguire «la salvezza» anche senza il suo consenso e contro il suo consenso. Sottomissione e punizioni esemplari «a fin di bene», dunque. Un trattamento che, a dieci anni dalla scomparsa del fondatore, il figlio Andrea a San Patrignano continua a portare avanti. Ma che chi lavora quotidianamente per il recupero dei tossicodipendenti «bolla» invece come «ricetta anti-libertaria». «Quell’esperienza – dicono gli esperti – è un’illusione repressiva. Altro che modello unico!». Ecco alcuni pareri.

Riccardo De Facci, responsabile per le dipendenze del Coordinamento nazionale Comunità di accoglienza (Cnca): «Noi ab¬biamo scelto strade profondamente diverse per due motivi. Primo: il tossicomane è una persona e bisogna tener conto della sua rete e del suo territorio. La comunità non può es¬sere l’alternativa alla società. Per Muccioli invece non era così. Secondo: incatenare delle persone è inconcepibile in un programma terapeutico. Per non parlare dell’uomo ucciso con un pungolo per i maiali: nessuno si è mai pentito o ha chiesto scusa per la morte di Maranzano. Questo è grave…». De Facci si sofferma ancora sul modello Muccioli: «Riteneva che gli ex tossici fossero in grado di lavorare sulle tossicodipendenze. Per noi della Cnca questo non può essere un metodo curativo anche perché la dipendenza ha mille sfaccettature: sanitarie, psichiatriche… Il tossicomane ha bisogno di ascolto non di repressione e sottomissione. Ci dispiace moltissimo che in questi ultimi anni il modello San Patrignano sia diventato un modello assoluto, con finanziamenti stellari. È un modello che parla più che altro alla pancia delle famiglie ma non è un metodo diffuso. Del resto, una comunità che si occupa di cavalli di razza e fa tornei ippici internazionali cosa c’entra con la sofferenza da dipendenza?».

Massimo Barra, direttore di Villa Maraini: «Con Vincenzo Muccioli siamo stati amici-rivali. Allora eravamo tra i pochi che si occupavano di droga e c’era una forte ostilità sui contenuti, sui metodi. Non condivido il forzare la mano sui chi è incapace di sopravvivere. La violenza porta violenza, a mio avviso. Certo, puoi superare il sintomo, ma sotto sotto resta il malessere… ». Poi alcune cifre: «II 90% dei tossicomani -sostiene Barra – non va in comunità. Benissimo San Patrignano invece della galera, ma guai alla promozione ossessiva del modello unico, al disprezzo dei puristi, al parlare male della riduzione dei danno. Abbiamo sofferto e soffriamo per questa emarginazione e discriminazione. Questo modello è idoneo per una limitata fetta di popolazione perché, nonostante i finanziamenti e la propaganda, al Sanpa ci va il 10%. Ci va chi ha bisogno di chiudersi perché non sa vivere autonomamente. Sanpa non è un modello totalizzante e definire coloro che non si adeguano come eretici, sprovveduti e imbecilli ce ne vuole… Ebbene, sono orgoglioso di essere uno sprovveduto: non estirpo la persona tossicomane dal suo contesto».

Luigi Manconi, responsabile Ds per i Diritti civili: «C’è un elemento in penombra che preferisco rimanga tale perché Muccioli non c’è più e sono passati 10 anni dalla morte. Riguarda la vicenda giudiziaria e altre accuse di natura penale che all’epoca ricevette. Su questo preferisco sospendere il giudizio. Ci sono invece due elementi essenziali dell’intera esperienza. Aspetto culturale: Muccioli porta a massima realizzazione, a più alta efficienza un approccio pedagogico-terapeutico insieme, sociale e ideologico che chiamo di “solidarismo autoritario”. Sintetizzabile nella formula: “Faccio il tuo bene che tu lo voglia o no”. Il che presuppone il fatto che io sappia esattamente qual è il tuo bene e non richiedo il tuo consenso e la tua cooperazione per perseguirlo. Questo approccio ha alle spalle un presupposto scientifico che contesto. Il fatto che il tossicomane sia privo di qualunque capacità di autodeterminazione e che debba toccare il fondo per potersi risollevare. Quell’approccio d’altra parte, non ponendo al centro quel tanto, poco o molto che sia di capacità di scelta dei tossicomane, anzi prescindendone, poteva produrre solo effetti a breve termine. Questo modello avrebbe potuto avere e potrebbe avere una sua applicazione mite appunto non autoritaria». Secondo Manconi l’errore essenziale che è stato commesso non va fatto risalire a Vincenzo Muccioli e nemmeno a suo figlio Andrea ma a quell’ampia fetta di classe politica che ha trasformato un approccio, uno tra i molti possibili, nel modello dominante. «Questa è una responsabilità gravissima – continua Manconi – in termini di indirizzo politico di indicazioni terapeutiche e di disponibilità di risorse, il centro destra ha trasformato una esperienza nel modello dominante, e pressoché unico».

Per Francesco Maisto. sostituto procuratore generale a Milano, già membro della Consulta nazionale sulle tossicodipendenze: «Quel modello vive su una illusione: risolvere i problemi della tossicodipendenza all’interno di un’area territoriale limitata. La filosofia di Sanpa si è amplificata nel corso del tempo sia negli interventi sulla Consulta nazionale sulle tossicodipendenze, sia nelle Conferenze nazionali sulla droga di Napoli e Genova e sia nel supporto dato alla redazione del Ddl Fini».

Achille Saletti, presidente della comunità Saman: «Considero San Patrignano un Comune, inteso come ente locale, ad alta densità tossicomane. Non la considero una comunità, perché non c’è un lavoro psicoterapeutico che porta al cambiamento. Non c’è un’indagine su che cosa abbia portato le persone alla tossicodipendenza. Non la si cura, la si contiene. A Sanpa è rimasta la pedagogia della punizione che non ha alcun fondamento scientifico. Pensare di rieducare uomini e donne di 40 anni è un po’ ridicolo».

Don Antonio Mazzi, fondatore della comunità Exodus: «Andrea Muccioli mi ha detto che salva il 70% dei ragazzi. Quindi, modello superato non è. Io ne salvo uno su 3, loro molti di più. Muccioli a San Patrignano ha cercato di fare cittadella: lavoro, fatica, apprendimento e terapia. Io vengo da una scuola diversa e uso metodi diversi. Vincenzo Muccioli non si arrendeva, per lui la vita valeva più della libertà. Faceva qualsiasi cosa pur di salvare un ragazzo: lo rinchiudeva, non dico lo incatenava… Cose che il mio metodo pedagogico non mi permette di fare. E ogni volta che qualcuno fugge e muore io sto malissimo».

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