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Croce Rossa, il dopo Scelli è questione tra sorelle

Da: “Il Riformista” del 12 novembre 2005
Successione. In lizza Susanna Agnelli e Maria Teresa Letta

Fissate, le lezioni sono fissate. Si svolgeranno il 10 e 11 dicembre a Roma, quando si sono dati appuntamento i ben 723 “grandi elettori” che, per statuto, devono nominare il successore di Scelli. Chissà se Susanna detta “Suni” Agnelli – oggi presidente di Telethon, ieri sottosegretario agli Esteri – riuscirà almeno lei, ove fosse la prescelta (ma oggi è solo un outsider, nella corsa), a mettere un po’ ordine. E a riportare il sereno sotto un cielo che gronda polemiche e retroscena poco edificanti, oltre che su un meccanismo elettorale degno della Liberia ante Weah.

A tutt’oggi, però, scrive Stefano Arduini sul numero di Vita, il settimanale del non profit da oggi in edicola, “l’unica candidatura ufficiale è ancora quella di Massimo Barra, fondatore di Villa Maraini (storico centro di emergenza per tossicodipendenti, ndr.) e vice presidente della Federazione di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa. Ma sono almeno tre i nomi alternativi a quelli del medico romano che si sussurrano nel blindatissimi corridoi di via Toscana (sede centrale della Cri, ndr.)”. Si tratta, per la precisione, di due donne e un uomo. La donna dal nome più noto è Maria Teresa Letta, abruzzese come Scelli e di professione insegnante, oltre che sorella del più famoso Gianni, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e impeccabile grand commis di Stato: di fede politica azzurra (come il fratello e come Scelli) avrebbe eliminato “d’ufficio” il suo rivale alla carica di presidenza della Cri abruzzese con una serie di inghippi burocratici, sui quali ora pende un ricorso al Tar.

La seconda donna in pole position per succedere a Scelli, invece, è la ex crocerossina Mila Brachetti Peretti. Soprannominata “la benzinaia” in quanto figlia di Ferdinando Peretti, fondatore dell’Api, Anonima petroli italiana, oggi nelle mani del marito Aldo Brachetti, la Peretti vanta una lunga carriera all’interno dell’ente ed è nota per la sua “rigidità decisa e angolare, dentro la Cri. Rigidità che ha procurato diversi mal di pancia allo Scelli”, scrive Vita. L’altro nome maschile, invece, è quello di Guglielmo Stagno d’Alcontres, nobile messinese e presidente regionale Cri a Palermo, oltre che fidato amico e sodale di partito (Forza Italia) del commissario Scelli, che ha gestito – scrive sempre Arduini – in modo discusso e discutibile la Cri siciliana e soprattutto la Sise (Siciliana servizi di emergenza), “società privata di proprietà della Cri che ha assunto, tra gli altri, i contractors iracheni Alfio e Cupertino (primi ostaggi italiani in Iraq, ndr.), e le rispettive consorti”.

Ma se Barra è, con d’Alcontres, il nome più accreditato, per la successione a Scelli, è solo il suo l’unico nome di sostanziale discontinuità, rispetto alla gestione di questi anni. “Voglio farmi interprete di un programma di rottura rispetto alle gestioni precedenti, in nome della riscoperta dell’orgoglio crocerossino”, ha dettato in modo tagliente il combattivo Barra da Seul, dove è in corso un summit della Cri internazionale. Un possibile passo indietro della Peretti potrebbe, però favorire il candidato finora “coperto” ma più istituzionale e bipartisan. Quello di Susanna Agnelli, appunto, che potrebbe rivelarsi un nome di grande consenso su cui convergere da parte di molti e soprattutto un nome che potrebbe ridimensionare la corsa di Barra. Forte, invece, soprattutto tra i presidenti dei comitati locali e provinciali, che insieme valgono 543 voti, numero largamente sufficienti per vincere la lotteria della presidenza. Sul nome della Agnelli, però, pende un singolare cavillo burocratico, e cioè il mancato pagamento della quota associativa (16 euro), requisito necessario per essere eletti. Dettaglio che, nota Vita, non è sfuggito a Barra, che invoca «il rispetto delle regole».

Certo è che la Croce Russa italiana non finisce mai di soffrire. Da troppi anni in «amministrazione controllata», dopo la presidenza di Maria Pia Garavaglia, oggi vicesindaco di Roma e unico presidente democraticamente eletto della Cri (l’evento eccezionale si verifica nel 1998, un anno dopo l’adozione del nuovo statuto, poi si susseguirono tutte nomine dall’alto), la Cri è da tempo nelle mani del “prefetto di ferro” Scelli, che seguì al diplomatico internazionale dall’eccessivo aplomb Steffan De Mistura. Abruzzese, ex capo dei volontari dell’Unitalsi, segnato giovanissimo da una grave malattia. Scelli è uomo nervoso e di potere, ma an¬che capace di ingenuità ed errori madornali, come il caso delle sue «rivelazioni» sulle modalità di rilascio delle due Simone da parte dei terroristi iracheni ha dimostrato. Oggi che da Berlusconi (e da Letta) è stato più che scaricato, Scelli ricopre ancora l’incarico di commissario straordinario ma è stato proprio lui a inserire nel nuovo statuto la norma che gli impedisce di diventare presidente.

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