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Notizie troppo confidenziali

Da: “Fuoriluogo” supplemento mensile de “il manifesto” del 25 giugno 2004 – Roma.
Il Rapporto della Croce Rossa sugli abusi in Iraq risale a febbraio, eppure lo scandalo è scoppiato in aprile. La discrezione sulle denunce può far pensare alla connivenza, ammette Massimo Barra

Il Comitato, abituato a lavorare nell’ombra e in silenzio, è terribilmente preoccupato per la propaganda seguita alle denunce”: così, pochi giorni dopo l’esplodere dello scandalo delle torture nella prigione irachena di Abu Ghraib, osservava da Ginevra Massimo Barra, vicepresidente della Federazione internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa. E aggiungeva: “Nel mondo arabo si potrebbero domandare come mai la denuncia è arrivata molto tempo dopo, se sia stata solo discrezione, o se invece è stata connivenza con gli occidentali”.

La domanda, per la verità, dovrebbe sorgere spontanea anche da noi. Lo stesso Barra sembra coltivare qualche perplessità sull’eccesso di riservatezza delle informazioni raccolte dal Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr).

Informazioni (ma meglio e più proprio sarebbe definirle notitiae criminis) sul “trattamento da parte delle Forze della coalizione dei prigionieri di guerra e di altre persone tutelate dalle Convenzioni di Ginevra in Iraq durante il loro arresto, la loro detenzione e i loro interrogatori” che il Cicr ha condensato in un Rapporto datato febbraio 2004. Le torture sono diventate di dominio pubblico solo a fine aprile. Lo scarto temporale rende la domanda di cui sopra ancor di più fondata, poiché si tratta di un periodo nel quale molti hanno continuato a essere torturati e probabilmente qualcun altro è stato ucciso dalle sevizie.

Le risposte possono essere non semplici. Pure, vi sono casi in cui la riservatezza può e deve essere infranta, laddove ci siano vite umane effettivamente a rischio e sia evidente una volontà politica di coprire e continuare nelle pratiche infami di violenza sui prigionieri. Ad esempio, il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa, pur se vincolato nel rendere pubblici i rapporti sulle proprie ispezioni al consenso delle autorità dello Stato interessato, in alcune pur eccezionali occasioni ha ritenuto di rompere il vincolo della riservatezza, rendendo noti i propri rilievi e censure senza l’accordo dei governi coinvolti.

“Gravi violazioni del diritto umanitario internazionale” sono state direttamente riscontrate dal Cicr in Iraq tra marzo e novembre 2003. Le violazioni principali descritte nel Rapporto e “presentate in via confidenziale alle forze di occupazione” includono: violenza nei confronti delle persone tutelate al momento della cattura e della custodia preventiva, che spesso hanno causato il loro decesso o gravi ferite; mancata notifica dell’arresto dei prigionieri ai loro famigliari; coercizione fisica o psicologica durante gli interrogatori per strappare delle informazioni; prolungata reclusione in isolamento in celle senza luce naturale; utilizzo eccessivo e sproporzionato della forza contro prigionieri che ha causato il decesso o il ferimento durante il loro periodo di reclusione.

Peraltro, le torture erano state riscontrate dal Cicr già da tempo e “confidenzialmente” segnalate senza apprezzabili effetti. Le osservazioni contenute nel Rapporto, infatti, “sono in linea con quelle precedentemente fatte in numerose occasioni, oralmente e per iscritto, alle Forze della coalizione per tutto il 2003”. Tra marzo e novembre il Cicr aveva condotto 29 visite in 14 strutture di detenzione nelle zone centrali e meridionali dell’Iraq, compreso il complesso carcerario di Abu Ghraib.

Nelle pagine del Rapporto, che pure contiene alcuni omissis, sono dettagliatamente descritte tutte quelle torture che poi, grazie alle immagini diffuse, sono state conosciute e hanno provocato indignazione in tutto il mondo. Vengono poi segnalati anche altri aspetti, non meno drammatici. Tra i quali il ripetuto uso di armi da fuoco nel corso di proteste dei detenuti, che ha provocato numerosi morti.

Uno dei casi riferiti, accaduto il 24 novembre 2003 ad Abu Ghraib, ha visto l’uccisione di 4 reclusi che assieme ad altri protestavano per la mancanza di cibo, vestiti e garanzie giuridiche. Il Cicr afferma che molte delle procedure di arresto, interrogatorio e detenzione, per come descritte nel Rapporto, “sono proibite ai sensi del Diritto Umanitario Internazionale” e chiede alle Forze della coalizione di rivederle “prendendo gli opportuni provvedimenti per migliorare il trattamento dei prigionieri di guerra e di altre persone protette che siano sotto la loro autorità”.

Il Rapporto, concludono gli estensori del documento, “è parte di un dialogo bilaterale e confidenziale tra il Cicr e le Forze della coalizione. In futuro il Cicr continuerà a dialogare in via bilaterale e confidenziale sulla base del monitoraggio delle condizioni in cui vengono svolti gli arresti, gli interrogatori, e la reclusione dei prigionieri”.

Visto come sono andate le cose, viene da pensare che, forse, sono proprio quella “bilateralità” e “confidenzialità” a dover essere messe in discussione, a favore di una maggiore pubblicità dei riscontri, qualora questi configurino, come in questo caso, crimini contro l’umanità, perseveranza dei criminali e connivenza di gerarchie militari e autorità politiche. L’ombra e il silenzio, infatti, si addicono ai torturatori, non a chi deve vigilare sul rispetto dei diritti dei prigionieri.

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