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Il giallo della Croce Rossa

In via Toscana, intanto, Scelli e il suo portavoce Fabrizio Centofanti mantengono il più stretto riserbo. L’ufficio stampa annuncia di “non essere in grado né di confermare, né di smentire l’ipotesi della spa”. Sabato 13 novembre, Scelli ritrova la voce a Montesilvano, in provincia di Pescara, dove di fronte a 2.300 volontari di tutta Italia giunti in Abruzzo per il loro congresso nazionale, sorridente annuncia: “Siamo a una svolta epocale, per la prima volta dopo decenni e decenni un governo ha recepito la volontà degli associati di essere il più possibile indipendenti dagli organi politici”.

E aggiunge: “Ci è stata riconosciuta anche la possibilità di gestirci da un punto di vista amministrativo senza coinvolgimenti politici”. Nessun accenno alla spa. La linea è quella di non confermare né smentire, ma l’aria che si respira è quella delle grandi occasioni.

Domenica e lunedì passano senza novità. Si arriva così a martedì 16, il giorno decisivo. Nella notte evidentemente succede qualcosa e l’ipotesi spa innesca improvvisamente la retromarcia. La norma è passata sotto la mannaia di Martino e Sirchia? Chissà. La sostanza è che in pochi istanti si capovolgono le indiscrezioni del venerdì precedente, e dalla Cri fanno sapere, questa volta senza timidezze, che “il decreto è stato approvato, ma senza la spa”. E, in effetti, nella nuova versione l’articolo 7 si compone di appena una riga e mezza, e contiene solamente le disposizioni finali.

Visto da Ginevra

Sulla questione l’opposizione era pronta alle barricate. In molti tirano il fiato. Non tutti, però. Fra i delusi va registrata la voce di Massimo Barra, vicepresidente della Federazione internazionale della Croce Rossa. Interpellato da Vita non nasconde di essere un “sostenitore convinto della soluzione della spa, perché permetterebbe una maggiore efficacia e tempestività negli interventi”. Una posizione sostanzialmente condivisa dalla portavoce del comitato internazionale, Antonella Notari, che da Ginevra fa sapere che “spa o non spa, la Croce rossa italiana deve una volta per tutte rendersi indipendente dal suo governo nazionale”.

Quanto alla veste giuridica “l’importante è che non cozzi contro la filosofia della Croce Rossa internazionale, ma se volete un parere giuridico più attendibile parlate con la Federazione”. Il pallino quindi torna a Barra, il quale ha passato le ultime settimane a studiare il caso a fianco degli esperti svizzeri. Questa la sua conclusione: “La società per azioni, se guidata dallo stesso presidente dell’ente, non viola il principio di unicità, che prevede che in uno Stato non ci possa essere più di una società di Croce Rossa”. Visto da Ginevra, dunque, il buco nell’acqua della spa è un’occasione mancata. Al di là delle Alpi non fanno mistero di considerare le grandi manovre di questi giorni l’ultimo appello per ricucire una volta per tutte i rapporti con Roma.

L’esultanza di Scelli

Ma come spiegare l’esultanza di Scelli a Montesilvano? La risposta è nel nuovo articolo 3, snodo centrale della versione edulcorata e definitiva, che delinea la nuova struttura della Croce Rossa italiana e sancisce l’assenza di rappresentanti governativi nel consiglio direttivo nazionale, dirottati, invece, nel collegio dei revisori in rappresentanza del ministero dell’Economia, degli Esteri, della Difesa, dell’Interno e della Salute (l’unico che avrà due revisori). Un passaggio che certamente sarà analizzato con la lente d’ingrandimento da Ginevra: la presenza di revisori dei conti nominati dal governo è garanzia di autonomia e indipendenza o si tratta di una semplice operazione di maquillage?

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