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Droga: tossicodipendenti malati, divisi nel governo

Da: “ANSA” di sabato 7 agosto 2004

Posizioni diverse nel governo sulla lotta alla droga. Mentre il Dipartimento per le politiche antidroga non ha ancora preso il via e si ipotizza l’istituzione di un ministero ad hoc, a sorpresa il ministro delle riforme Roberto Calderoli, lancia una proposta: la tossicomania dovrebbe essere riconosciuta come malattia, e come tale avere ”la dignità, le cure, gli specialisti, le strutture, i finanziamenti” che le malattie meritano.

Due rappresentanti dell’esecutivo, il sottosegretario alla salute Antonio Guidi e il sottosegretario al Welfare Grazia Sestini dicono invece che no, la tossicodipendenza non è una malattia e medicalizzare il problema non è la soluzione.

”Come medico, come uomo politico e oggi come esponente del governo – afferma il ministro Calderoli – mi sento colpevole responsabile per tutto quello che ancora non si è fatto. Mi auguro che il neodipartimento possa produrre qualche cosa di più, ma quello che fino ad oggi non si è mai avuto il coraggio di riconoscere è che le tossicomanie sono il sintomo di una malattia dell’animo e che quindi la droga debba essere riconosciuta come una ‘malattia’ che deve avere la dignità, le cure, gli specialisti, le strutture, i finanziamenti cui, sulla carta, ha diritto ogni malattia. Il tossicodipendente deve avere l’obbligo di curarsi così come lo Stato deve avere l’obbligo di fornirgli le cure, senza dimenticarsi che esistono le tossicomanie anche da quelle che, erroneamente, vengono definite droghe leggere”. Una ”maggiore attenzione all’aspetto medico della tossicodipendenza è giusta – replica Guidi – ma senza eccedere.

La medicina può aiutare ma non risolve”. Nella lotta alla droga, ”va privilegiato l’approccio multidisciplinare, quello medico, quello psicologico, quello sociale. Come tutte le difficoltà del vivere anche la tossicodipendenza ha necessità di momenti che richiedono interventi medici, altri legati di più all’integrazione sociale. E’ tipico delle dipendenze pensare che un atto medico possa aiutare. Ma non risolve”.

Per Sestini, ”la medicalizzazione ha creato gli zombi schiavi del metadone, proprio quella politica che noi combattiamo. La tossicodipendenza – precisa – non è una malattia anche se in fase acuta ha bisogno di cure specifiche in tal senso. Il compito dello stato è invece mettere i ragazzi e le famiglie nelle condizioni di scegliere fra i vari percorsi educativi finalizzati alla ricostruzione della personalità. Il problema della droga, infatti, non può prescindere dai problemi sociali”. Sestini segnala poi che in tema di lotta alla droga ”siamo in un momento di stallo” legato alla fase organizzativa del nuovo dipartimento, non ancora operativo.

Livia Turco, responsabile welfare dei Ds, giudica la proposta ”l’ennesimo depistaggio ideologico” che copre ”il vuoto di politiche del governo. Calderoli non si avventuri in materie che non gli competono. Pensi, invece, a fare il suo mestiere che è quello di mettere in condizione di lavorare i medici, gli psicologi, gli specialisti, tutti gli operatori che già esistono”.

Per alcuni addetti ai lavori, invece, la proposta del ministro delle riforme è da prendere in considerazione. ”La proposta ha un senso – dice Alessandro Meluzzi, psichiatra e psicoterapeuta – ma sarebbe sbagliato pensare la questione come un’ulteriore branca specialistica della medicina. Il tossicodipendente va visto nella sua unitarietà. Non c’è piùil tossicodipendente puro, quello stile anni ’70, che per ideologia sceglieva un tipo di vita alternativo. Abbiamo sempre più invece giovani in cui disagi e debolezze si sovrappongono”. Per Meluzzi, interventi ottimali sarebbero quelli legati al welfare delle comunità, case famiglia, che veda impegnati anche il terzo settore, la parrocchia, i movimenti giovanili.

Il tossicodipendente è invece un malato per Massimo Barra, fondatore e direttore di Villa Maraini, anzi – dice – ” è il prototipo del malato, perché è malato fisicamente, psicologicamente e socialmente. Benvenga, quindi, la proposta di Calderoli”. Contro la droga non c’è un’unica strategia ma un ventaglio di terapie, e quindi, quando serve, va bene il ricorso alla comunità, all’intervento in strada, alla riduzione del danno, alla somministrazione di metadone, alla sperimentazione di assunzione di eroina, ai reparti di disintossicazione”.

L’istituzione di un ministero antidroga trova il dissenso di Marco Cappato, segretario dell’associazione Luca Coscioni: ”l’eventuale creazione di un ministero ad hoc nella migliore delle ipotesi rimarrebbe un provvedimento votato alla propaganda o ad aumentare l’efficacia di politiche fallimentari”.

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