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“La droga non è una condanna a morte”

Da: “Libertà” di venerdì 14 febbraio 2003 Piacenza
IL CONVEGNO – Esperti e ragazzi a confronto. Intervengono il questore Innocenti, Mosti (Sert), don Bosini, Swich (Prefettura), Massimo Barra (Villa Maraini)
Ma per battere la tossicodipendenza serve un “gioco di squadra”

“La droga è una grossa fregatura, ma non è mai una condanna a morte”. E’ uno dei messaggi forti lanciati ieri nel corso nel convegno organizzato dalla Questura sulle tossicodipendenze. Davanti ad una platea di studenti dello scuole superiori piacentini gli esperti hanno parlato delle loro conoscenze.
Questa volta non è stata una lezione ma un vero e proprio confronto: medici, rappresentanti delle istituzioni e delle comunità di recupero hanno risposto alle sollecitazioni proposte dai giovani.

Domande per capire il fenomeno ma anche per capire come evitare le “trappole” in cui cadono tanti loro coetanei. Ma dall’incontro, che si è tenuto alla scuola di polizia, sono emerse anche notizie positive: non esiste un tossicodipendente che non possa guarire. Il questore Piero Innocenti ha fatto gli onori di casa presentando al pubblico i relatori e ricordando come sia necessario accendere i riflettori sul fenomeno droga: “Ogni tanto ha detto Innocenti cala il sipario, ma noi dobbiamo tenere alta la guardia”.

E i numeri presentati dal questore confermano come Piacenza non sia immune dalla piaga della droga: in un anno sono raddoppiati i sequestri di sostanze stupefacenti: cocaina, eroina, hashish e anfetamine. Il dibattito è quindi entrato nel vivo dopo una breve introduzione del direttore di Libertà Gaetano Rizzuto che ha ricordato i notevoli interessi che ruotano attorno al fenomeno droga: dal commercio di armi al terrorismo.

Antonio Mosti, responsabile del Sert (Servizio tossicoalcoldipendenze) di Piacenza ha invece affrontato la questione dal punto di vista psicologico: “All’inizio ci si droga solo per provare, ma poi questo diventa l’unico modo che consente di controllare il nostro ciclo del benessere e del malessere”.
Mosti, rivolgendosi ai tanti giovani seduti in sala, ha spiegato il significato della dipendenza: “Si diventa dipendenti non solo della sostanza ma anche del gesto”. Ma la droga cambia radicalmente la vita dei giovani: “E’ così che il tossicodipendente inizia a frequentare solo le persone che lo “capiscono””.

Ma anche la “passione” per la droga conosce momenti di crisi e in questi frangenti è opportuno intervenire per recuperare il tossicodipendente alla vita normale. Per aiutare i tossicodipendenti è però necessario un gioco di squadra tra tutti coloro che si occupano del problema. Ne è convinto don Giorgio Bosini, direttore de “La ricerca”, l’associazione piacentina che si occupa del recupero dei tossicodipendenti.

“Nel mondo della droga ha detto don Bosini non ci sono “bocce perse”, ma il percorso è difficile e richiede la sinergia di tutte le realtà, da quelle educative a quelle di prevenzione e repressione”. Don Bosini ha detto anche di ricordare che la tossicodipendenza non è solo un problema medico: “E’ soprattutto un problema di relazioni interrotte e per questo è necessario coinvolgere i famigliari nel percorso di recupero”.

Il direttore del centro per assistenza per tossicodipendenti “Villa Maraini” di Roma Massimo Barra ha invece allargato il tiro e ha ricordato che in Italia si muore di più a causa delle “droghe legali” rispetto alle “droge illegali”: 8Omila le vittime del tabacco, 35mila quelle dell’alcol e mille invece quelle per overdose da sostanze stupefacenti.

In un appassionato intervento Barra ha detto che tutti i tossicomani ad un certo punto possono smettere: “Bisogna mettere in campo strategie terapeutiche e umanitarie perché è sempre possibile uscire dalla droga, ma è anche importante evitare di caderci perché la droga è sempre una fregatura”.
“Se noi facciamo la somma algebrica ha aggiunto del piacere indotto dalle sostanze del dispiacere successivo esce sempre un segno negativo”. Barra ha inoltre ricordato l’importanza di “gettare un ponte” tra giovani e anziani: “Il modo in cui i giovani oggi vedono l’hashish ricorda il modo tollerante in cui i vecchi vedevano l’alcol. Questo è un fenomeno di globalizzazione: una volta si poteva dire che l’alcol era la droga occidentale e l’hashish la droga orientale, ma.oggi questo non è più vero. C’è un rapporto tra droga e cultura che influenza le attitudini ed è importante che giovani e adulti si confrontino su questo tema per superare il fossato che li divide”.

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