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Vaccino antidroga, positivi i primi test

L’annuncio dall’Inghilterra. Gli esperti: dubbi etici, andrebbe provato anche su chi non ha mai fatto uso di sostanze tossiche

Gli esperimenti per annullare la dipendenza da cocaina. E si lavora a un farmaco contro la nicotina
ROMA Da circa 30 anni i ricercatori accarezzano l’idea di un vaccino antidroga. Il primo a dimostrare con esperimenti sugli animali che non era una fantasia è stato sulla fine degli anni ’70 l’americano Bob Schuster. Riuscì a proteggere le scimmie dall’eroina. Una via sperimentale successivamente abbandonata. Ora la prospettiva viene riaperta dalla comparsa di un probabile farmaco anticocaina.

Secondo il quotidiano britannico Times la sperimentazione sull’uomo, giunta alla seconda fase, sta procedendo bene. Lo studio viene condotto da Xenova, un’azienda biotecnologica. Il vaccino per ora è chiamato in codice TaCd. Ha confermato l’assenza di tossicità ed è il principale candidato per impedire la dipendenza dalla sostanza eccitante. Ecco la strategia messa in atto dagli scienziati.

La cocaina è una molecola troppo piccola per essere intercettata dal nostro sistema immunitario, che riconosce e può combattere solo agenti estranei di maggiori dimensioni. Per renderla visibile la molecola della coca è stata legata ad una proteina ad essa compatibile. In questo modo l’organismo è capace di avvertire la presenza di un “nemico” e di produrre anticorpi che respingeranno la sostanza, impedendole di raggiungere il cervello e generare piacere.

Il consumatore così immunizzato non avrà stimoli a rifornirsi dl droga bianca. Si sta lavorando nella stessa direzione per trovare un antinicotina e indurre il rifiuto delle sigarette. Sul piano clinico sembrano non esserci ostacoli e c’è molto ottimismo sul futuro del farmaco. I dubbi riguardano invece gli aspetti etici. Li elenca Paolo Nencini, direttore del centro antidroga del Policlinico Umberto I, uno degli esperti pi competenti che abbiamo in Italia, allievo di Schuster: “Per dare un risultato epidemiologico e ridurre l’incidenza dei cocainomani, si dovrebbe pensare ad una vaccinazione di massa e proteggere anche gli individui che non mostrano nessuna predisposizione all’uso di stupefacenti.

Un’ipotesi inaccettabile perché il rischio legato agli effetti collaterali del farmaco supererebbe di gran lunga i benefici”. Nencini fa notare inoltre che il TaCd proteggerebbe contro gli effetti della polvere bianca, ma non di altre droghe eccitanti, come le anfetamine, e quindi il tossicodipendente potrebbe privarsi dell’una per ricorrere alle altre. Il tossicologo ricorda anche che questo sarebbe il primo antidoto in questo campo e che una terapia del genere sarebbe importante per immunizzare chi ha già una storia di dipendenza ed è stato avviato verso un processo di riabilitazione: “Una popolazione di pazienti molto limitata osserva Nencini .

Perché sarebbe un’illusione aspettarsi dall’anticoca risultati sia pur lontanamente paragonabili a quelli ottenuti dall’antipolio o dall’antivaiolosa”. La tossicodipendenza, insomma, non potrà mai essere combattuta come fosse una malattia infettiva. Eppure altre linee di ricerca stanno perseguendo questo obiettivo. Fra le pi interessanti, quella dei cosiddetti “anticorpi catalitici”. Si stimola la produzione di anticorpi che non solo agganciano le molecole cattive, neutralizzandole, ma riescono anche a scinderle e inattivarle.

Una strategia per ora in fase sperimentale, ma che fra qualche anno potrebbe permettere di curare i casi di intossicazioni acute, dove la coca è causa di infarti, ictus o altri eventi cardiovascolari. “Sul discorso del vaccino sono molto perplesso scuote la testa Massimo Barra, direttore di “Villa Maraini”, a Roma . Calza con la mentalità degli americani, che pensano dl curare qualcuno dalla droga come se gli individui fossero animali, condizionandoli con metodiche comportamentiste o farmacologiche.

Credo sia un’illusione”. La vera strada, secondo Barra, è capire “quali sono i mediatori chimici dell’organismo che entrano in crisi quando si “sniffa” e riuscire a riprodurli nella quantità e nel luogo necessari. In altre parole, stimolare nell’organismo la produzione dl sostanze che ripristinino la situazione precedente alla tossicomania, malattia metabolica, come il diabete”.

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