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Sommersi e abbandonati

Da: “www.narcomafie.it” – gennaio 2001
Gli immigrati irregolari rappresentano in Italia ormai una quota consistente del “sommerso” della tossicodipendenza. Anche a causa della mancata applicazione della circolare del Ministero della Sanità che ne sancisce il diritto alla salute e alla cura

“La tossicomania è il sintomo di un disagio, spesso dell’esclusione sociale, in un Paese che accoglie ma talvolta è sottilmente ostile”. Con queste parole il dottor Kazim Khan, direttore del progetto europeo “Race, Drugs and Prevalence”, descrive la crescita dell’abuso di sostanze tra la popolazione immigrata. I clandestini, in particolare, rappresentano ormai una significativa quota dei tossicodipendenti “nascosti”, che non entrano in contatto con i servizi sociali e sanitari. “Un passo – spiega il dottor Khan – che obbliga gli immigrati a portare le stigmate non solo dell’appartenenza a un gruppo etnico distinto, ma anche della tossicodipendenza”. Oggi, gli immigrati irregolari rappresentano il fronte estremo del disagio sociale.

CARCERE, LA PRIMA ACCOGLIENZA

Esistono alcuni chiari indicatori della disperazione e del degrado associati al consumo di sostanze tra i clandestini. E’ il caso del Minias, un tranquillante dagli effetti simili al Darkene, particolarmente pericoloso se assunto per via iniettiva: sul mercato è possibile trovarne siringhe “preconfezionate”. Inoltre è frequente l’utilizzo dei cosiddetti “fondi di fiale”, ottenuti sommando i resti delle fiale di acqua distillata utilizzate da altri tossicodipendenti per scaldare l’eroina. Gli immigrati le raccolgono nei tradizionali luoghi di consumo o in qualche caso vengono loro regalate dagli italiani.
Il più importante indicatore del fenomeno è comunque rappresentato dai dati provenienti dal carcere, perché la tossicodipendenza di un immigrato emerge essenzialmente attraverso il contatto con la giustizia. Al 30 giugno del 2000, 13.668 stranieri risultavano detenuti nelle carceri italiane. Di questi, il 23% (3.127) si è dichiarato tossicodipendente. Esiste quindi una popolazione di immigrati dipendenti sconosciuta fino al contatto con il sistema penale e questo benché la disciplina dell’immigrazione – in particolare la legge n.40 del 1998 – preveda il diritto dei cittadini stranieri irregolari alle cure sanitarie urgenti o essenziali, anche continuative.
L’accesso alle strutture, specifica inoltre la legge, non può comportare segnalazioni alla polizia. Successivamente il Ministero della Sanità ha emesso una specifica circolare – la n.5 del 24 marzo 2000 – in cui si afferma che anche gli immigrati clandestini hanno diritto alle prestazioni sanitarie previste dal Testo Unico sugli stupefacenti e cioè medicina penitenziaria, servizi pubblici per le tossicodipendenze e interventi preventivi, curativi e riabilitativi. Nonostante queste disposizioni, a tutt’oggi sono pochi i Sert che accettano regolarmente i clandestini: a Torino, ad esempio, solo due su dieci.
Secondo Massimo Barra, della Fondazione Villa Maraini, “bassa soglia significa non pretendere l’impossibile. Il primo interesse dello Stato è quello di conoscere tutti i tossicodipendenti presenti sul territorio, ma i Sert respingono i clandestini perché si tratta di un investimento difficile. Nel nostro centro di prima accoglienza, il 25% dell’utenza è ormai composto da immigrati irregolari, principalmente provenienti dall’area nordafricana e il loro numero è ancora in crescita”. “Quando sono giunto al Sert – aggiunge Salvatore Giancane, medico del servizio per le tossicodipendenze di Bologna – dopo 4 anni di esperienza come medico penitenziario, mi sono chiesto dove fossero i clandestini e i senza fissa dimora tossicodipendenti che avevo visto in carcere.
L’utenza che accedeva al servizio era selezionata: i tossicodipendenti più visibili, bisognosi e problematici – a livello sanitario e di ordine pubblico – non avevano accesso. Paradossalmente, una delle poche istituzioni che si prende cura di loro diventa proprio il carcere”. All’interno delle strutture penitenziarie i servizi per le tossicodipendenze sono poco presenti: come ha illustrato il ministro della Sanità Umberto Veronesi alla recente Conferenza governativa sulle tossicodipendenze di Genova, i Sert coprono appena il 40% delle carceri.
Questo è uno dei principali motivi per cui, su un totale di 14.602 tossicodipendenti detenuti, meno del 10% (appena 1.326) è attualmente in trattamento metadonico. Oltre alla scarsa presenza dei servizi, un clandestino che riesca comunque ad avere accesso a un trattamento di metadone in carcere non ha poi la possibilità di proseguirlo una volta uscito.

DOVE I SERT NON ARRIVANO

“L’uso di droga appare all’inizio come un’autoterapia – spiega il prof. Umberto Nizzoli, responsabile del Sert di Reggio Emilia – ma sappiamo a quale grado di schiavitù conduca. L’incontro con la tossicodipendenza per un immigrato irregolare rappresenta un evento fallimentare dal punto di vista economico e sanitario. Molti stranieri non conoscono i servizi, i quali d’altro canto non sono preparati a riceverli: il risultato è che le tossicodipendenze che li colpiscono assumono forme gravissime”.
L’impressione è confermata da Carla Giachetto, coordinatrice dell’accoglienza diurna e notturna del Gruppo Abele: “Negli immigrati tossicodipendenti si sta rapidamente diffondendo l’assunzione di droghe per via endovenosa, ma manca completamente una “cultura del buco”. La disperazione che accompagna queste dipendenze determina la conseguenze più rovinose.
Assistiamo moltissimi ragazzi che arrivano con iniezioni fuori vena, tagli, infezioni e ascessi. Se aggiungiamo l’esclusione da parte delle comunità di appartenenza e la mancanza di qualunque sostegno, capiamo perché su queste persone un paio mesi di dipendenza pesano come anni di consumo”. Nel 1995 il Gruppo Abele ha promosso il primo progetto di unità mobile a Torino, finanziato dalla Regione Piemonte, in collaborazione con l’A.s.l. 4. A bordo di un camper itinerante, gli educatori del Gruppo Abele diedero vita a una delle prime esperienze di riduzione del danno a livello nazionale.
Dopo un triennio sperimentale, il progetto ha assunto un carattere definitivo: sotto la titolarità dell’A.s.l. 4 (i cui due Sert sono, a tutt’oggi, gli unici a Torino a prendere in carico tossicodipendenti clandestini), il progetto itinerante “Cango” prevede 11 postazioni sparse nella città per un totale di 45 ore settimanali di servizio. Il coordinatore del progetto, Marco De Giorgi, spiega che “nei primi due anni si è assistito a una escalation di contatti, passaggi e materiale distribuito. Verso la fine del 1997 quasi il 10% della nostra utenza era composta da tossicodipendenti stranieri.
Negli ultimi 3 o 4 anni l’assunzione di sostanze per via endovenosa si è diffusa, con le inevitabili conseguenze di carattere sanitario”. Esistono difficoltà di natura culturale nel rapporto con i tossicodipendenti stranieri? “Generalmente le condizioni di salute dei ragazzi sono così precarie da superare qualsiasi resistenza al chiedere aiuto. Il vero ostacolo è rappresentato dall’ostracismo delle istituzioni e dalla tendenza delle comunità di appartenenza a espellere chi ha problemi con le sostanze”. (Segue alla pagina successiva >>)

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