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“Salute o droga?” Non ci sono tossici felici

Da: “Corriere Adriatico” giovedì 1 marzo 2001
La testimonianza del dottor Massimo Barra al convegno

“Il tossicomane è un malato che va curato a 360 gradi e il tempo  in questo un alleato perché la “luna di miele” con la droga finisce e si passa alla fase dell’amoreodio. Dopo dodici anni non c’è tossicomane che non maledica il momento in cui ha iniziato”. In assenza di don Oreste Benzi, convocato improvvisamente a Montecitorio, è stato il dottor Massimo Barra, direttore di Villa Maraini a Roma, una clinica per il recupero dei tossici, a catalizzare l’interesse dei numerosi studenti presenti ieri mattina al teatro La Fenice per assistere al convegno “Salute o droga?” organizzato dal Rotary in collaborazione con il Comune, l’istituto alberghiero Panzini e la Croce Rossa.

“Mi occupo da 28 anni di droga – ha detto Massimo Barra, noto anche per le sue apparizioni televisive al Maurizio Costanzo Show – e la mia clinica è oggi uno dei più grandi centri antidroga d’Italia. Un centro che non aspetta i tossicomani, ma li cerca e trova anche quelli non in grado di chiedere aiuto. Come? Scendiamo in strada e andiamo loro incontro nei sottopassi, nei giardini, nelle stazioni ferroviarie, vicino alle farmacie.

La strategia è quella delle “unità di strada” con le quali si riescono a incontrare fino a 700 tossici al giorno, a cui vanno aggiunti i duemila che abbiamo in carico nella struttura. Di fatto così conosciamo tutti i drogati di Roma e questo ha portato, grazie alle nostre pattuglie, ad abbattere del 39 per cento le morti per overdose”. Il dottor Massimo Barra ha quindi sottolineato gli aspetti fisici, organici del malato tossicomane e ha fatto appello al primato della ragione dei singoli per combattere la droga.

“Non ci sono – ha detto – drogati felici e, se è vero che gli stupefacenti sono una concentrazione di piacere, è anche vero che portano anche ad un’impotenza e a un dispiacere che sono di gran lunga superiori. Per questo la droga è una fregatura”. Assente don Oreste Benzi. E’ stato il suo braccio destro, don Aldo Buonaiuto, a portare al dibattito il contributo di chi lavora nelle comunità. Don Aldo ha esordito leggendo un passo di “Trasgredite”, l’ultimo libro di don Benzi che ha definito “un uomo di Dio che ha messo la sua vita con quella degli ultimi e che solo in Italia ha fondato duecento case-famiglia e numerose comunità terapeutiche”.

Il libro parla di droga (blue shock, ecstasy, anfetamine), ma soprattutto di quello che c’è dietro al disagio giovanile: il vuoto di chi non sa come “sbarcare”, come passare il tempo e spesso ha la voglia di spaccare tutto. ÇE’ così – ha detto don Aldo – che migliaia di nostri giovani appartengono allo “sballo”. Il sacerdote ha quindi raccontato il caso di un malato di Aids conosciuto durante la sua opera (durata due anni) all’ospedale Spallanzani di Roma.

Il giovane, Marcello, era ormai allo stadio terminale della malattia e lo aveva assistito passandogli per giorni un batuffolo di cotone sulle labbra arse. Dopo settimane, i carabinieri lo avvertono che Marcello è stato rinchiuso a Regina Coeli per aver chiesto denaro a turisti tedeschi, minacciandoli con un coltellino. A distanza di tempo, lo ritrova alla stazione Termini, intento nel “mestiere” di sempre.
Perché continuava a vivere in quel modo? Secondo don Aldo per mancanza di relazione, di comunicazione interiore. “Confessate – ha aggiunto, rivolgendosi direttamente agli studenti – questo vuoto! Dite ai vostri genitori che non avete bisogno del cellulare o del jeans all’ ultima moda, ma del loro tempo. Di passare più tempo con loro”.

E la società si deve comportare come un bravo genitore: “Deve dare ai giovani il diritto di non drogarsi e invece di ridurre il danno con il metadone (“la dolce vita”), deve fare terra bruciata intorno”. “La droga – ha concluso – è un surrogato della voglia d’amore e la verità ultima è che tutti noi abbiamo un bisogno infinito di Dio, di capire il senso profondo della vita. I giovani sono come una “terra di nessuno” e il problema è che nessuno entra nei loro cuori”.

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