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La protezione civile: esercito, di volontari con un “mestiere”

Da: “L’Unità” di domenica 14 febbraio 1999 – Roma.

Il difetto di fondo che ha penalizzato sinora in Italia l’intervento del volontariato nella protezione civile, al di là della facile e interessata retorica, è consistito nel considerare la catastrofe come un problema del “giorno dopo” anziché del “giorno prima”.

Lo dice Massimo Barra responsabile dell’Ispettorato Nazionale Volontari del Soccorso della Croce Rossa Italiana. E l’immagine “emergenziale” riflette perfettamente quella televisiva o l’altra dedotta dalla lettura dei giornali di un pronto accorrere di uomini, soprattutto giovani, sul luogo della sciagura, frana, valanga, alluvione, incendio, in un mix frenetico di generosità, spirito di sacrificio, onestissimo senso della solidarietà, ma anche volontà, un poco narcisistica un poco egoistica, di “emergere”.

In ogni caso sono imprese sempre del “giorno dopo”, mai dunque o raramente riversate in attività di prevenzione. “A cose fatte – racconta appunto Barra – partono schiere di individui, cittadini di un Paese dove l’individualismo è legge, tra loro indipendenti o aderenti a organizzazioni che nulla dovrebbero avere a che vedere con la protezione civile, scoordinati, spinti da un impulso convenzionalmente accettato come altruistico e quindi, socialmente rispettabile, in realtà spesso mossi solo dal desiderio di evadere dallo squallore della vita quotidiana e dalla necessità di autogratificarsi sentendosi buoni…

Tutto ciò crea solo danno e scompiglio in una zona di operazioni dove – viceversa – ogni secondo è prezioso per salvare una vita”. La prima regola dovrebbe essere invece dettata dalla costante preparazione. Il volontariato di Protezione Civile non si improvvisa… .

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