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“Kosovo, date soldi non vestiti”

Da: “Corriere della Sera” 1999 – Roma
L’ispettore nazionale dei volontari della Croce Rossa denuncia:
“Sul piano pratico l’offerta di materiale è quasi inutile”
Massimo Barra: “E’ difficile far arrivare ai profughi la merce donata”

“Romani, non aderito alle raccolte di vestiti e generi alimentari. Se volete aiutare concretamente la popolazione del Kosovo, date soldi. Cinquantamila lire saranno più utili di ogni altro contributo”. Massimo Barra, ispettore nazionale dei volontari della Croce rossa italiana e direttore del centro assistenza ai tossicodipendenti di Villa Maraini, in questi giorni è stato nella sala operativa centrale della Cri, in via Toscana, dove vengono tenuti i contatti con le postazioni già operative in Albania.

Ci si aspetterebbe che Barra, come dirigente della Cri, fosse in sintonia con l’iniziativa lanciata da Comune e Caritas in collaborazione appunto con la grande organizzazione di soccorritori. Invece le sue parole si distinguono dal coro e raffreddano gli entusiasmi di chi il giorno di Pasqua si è affannato ad impacchettare indumenti, coperte e lenzuola di casa per consegnarle ai vigili urbani.

“Credo che l’iniziativa del Comune rientri in una strategia politica, buonista. Inutile sul piano pratico – dice Barra, precisando che le sue affermazioni sono di carattere personale, frutto della sua esperienza -. La gente vuole dare una mano ed è tutto sommato giusto che le istituzioni offrano questa possibilità. Ricordo per˜ che durante l’alluvione di Firenze le nostre sale erano sommerse di materiale donato. Non sapendo che farci, fu venduto al mercato degli stracci di Prato e il misero ricavato and˜ alle vittime”. Barra fonda le sue critiche su osservazioni tecniche.

Quando c’è un’emergenza e bisogna affrontarla con i soccorsi, i problemi fondamentali sono di ordine logistico. Il materiale deve arrivare sul luogo del disastro già stoccato, in modo da occupare il minore spazio possibile e da facilitare la distribuzione.

“Il rapporto costobeneficio di operazioni benefiche come quelle del Comune è sbilanciato – continua l’ispettore della Cri -. Provate a immaginare cosa significa spedire in Albania tante paia di scarpe differenti e oltretutto usate o tanti golfini diversi uno dall’altro. Sarà difficile il trasporto ed ingestibile l’utilizzo.

Sono convinto per esperienza che queste operazioni sono destinate al fallimento”. Alla centrale operativa della Cri arrivano tante telefonate di cittadini che offrano propri di tutto. Si fanno avanti soprattutto i medici specialisti. Ma il loro è un gesto di solidarietà che in emergenze drammatiche come la guerra in Kosovo resterà una dichiarazione di intenti.

Il personale che parte per quelle zone deve essere preparato a sopportare condizioni di stress psicologico inimmaginabile. Barra è tassativo anche su questo: “I grandi chirurghi possono essere dei fuoriclasse in clinica o in ospedale, ma negati per l’emergenza. C’è bisogno di operatori capaci di tirar fuori capacità umane che spesso non coincidono con le capacità professionali”. E’ di tre giorni fa la proposta della Società italiana di chirurgia che si è messa a disposizione per mandare specialisti del bisturi volontari in Albania.

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