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Figli reclusi per paura della droga? “Non funziona”

Da: “L’Unità” di giovedì 21 ottobre 1999 – Roma.
Gli esperti sulla vicenda di una coppia assolta dall’accusa di sequestro di persona

Né con la violenza, né con la coercizione si possono prevenire i comportamenti devianti dei figli. Di questo, sia don Ciotti del gruppo Abele, sia il dottor Massimo Barra della comunità Villa Maraini sono assolutamente convinti, nel commentare una sentenza del Tribunale di Trento, che assolve i genitori di una minorenne dall’accusa di sequestro di persona e maltrattamenti.

I fatti risalgono a due anni fa e riguardano una ragazza di allora 17 anni, figlia di due coniugi di origine macedone, già fuggita di casa per tre mesi e poi ritrovata, sospettata di fumare marijuana dai genitori. Questi per impedirle di scappare di nuovo e di frequentare cattive compagnie la tennero chiusa in casa, insieme con gli altri due fratellini di 13 e 9 anni, ai quali fu affidato il compito di nascondere la chiave.

La ragazza riuscì a fuggire e quando fu di nuovo rintracciata raccontò l’episodio a un’assistente sociale, aggiungendo di essere stata percossa e maltrattata dalla madre. Di qui la denuncia contro i genitori e le accuse di sequestro di persona e di maltrattamenti. A padre e madre il tribunale dei minorenni tolse la patria potestà sui tre figli, ma per i giudici del tribunale di Trento il padre non ha fatto che il suo dovere di educatore, mentre le percosse della madre sono state derubricate da maltrattamenti a eccessi disciplinari e sanzionate con quattro mesi.

“La droga in questo caso – esordisce il dottor Barra – non c’entra niente. Si tratta di ordinarie difficoltà familiari. La ragazza probabilmente è scappata non per andarsi a drogare, ma perché l’ambiente familiare non la soddisfaceva”. Stessa opinione di don Ciotti: “Se un figlio minorenne scappa di casa – spiega il sacerdote – la droga può essere un pretesto o una concausa.

Le ragioni di fuga sono sempre più profonde e vanno ricercate prima di tutto nella difficoltà del rapporto tra genitori e figli in una comunicazione inceppata o difficile”. Comunque una sentenza “equilibrata”, sottolinea Massimo Barra perché dal punto di vista strettamente giuridico un figlio minorenne è sottoposto all’autorità dei genitori, esercitata attraverso la patria potestà.

“Per entrare nel merito – specifica lo psichiatra – bisognerebbe conoscere la storia di questa famiglia, il loro disagio, la loro marginalità sociale”. Anche don Ciotti con tutto il rispetto “per la fatica di essere genitori o educatori e nella consapevolezza delle difficoltà nell’affrontare queste situazioni”, ritiene che ci sia il rischio che le problematiche e le difficoltà di fondo, di tipo educativo vengano rimosse con la scusa della forza attrattiva della droga a cui si attribuisce più potere di quanto in realtà non abbia (specie nel caso di minorenni e adolescenti) “.

“Fare i genitori è il mestiere più difficile del mondo – incalza il dottor Barra – e bisogna diffidare di quelli che hanno ricette pronte per i figli altrui, salvo poi leccarsi le ferite in separata sede per i propri. Se qualcosa non funziona all’interno della famiglia, questa deve chiedere aiuto. Non tanto ai tecnici, quanto ai più saggi, rivolgendosi anche al privato sociale.

Se si arriva a nascondere la chiave perché un figlio non esca di casa, vuol dire che il rapporto è interrotto”. “Non si può pensare – aggiunge don Ciotti – che rinchiudere i figli in casa sia un diritto dei genitori, né che sia una risposta educativa positiva. Un atto solo disciplinare che non porta con sé cambiamento, può solo chiudere ulteriormente una comunicazione già difficile. Una semplificazione inutile, dolorosa e pericolosa che non tiene in considerazione il vissuto del figlio, non lo accetta e non vuole conoscerlo”.

Ma, come ha spiegato ieri sera in un’intervista, il magistrato che si è occupato di questa vicenda, qui si tratta di una famiglia di immigrati, il che rende ancora più difficile la convivenza di padri e figli in un paese straniero. Perché se è evidente che padre e madre conservino valori e cultura della loro terra d’origine, i ragazzi assorbono facilmente usi e costumi del paese d’accoglienza cosicché lo scontro generazionale diventa più probabile e più facile, ma anche i giovani fuori dell’orbita familiare sono maggiormente a rischio di comportamenti devianti.

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