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“Villa Maraini” una porta aperta contro l’emarginazione

Da:”Croce Rossa Italiana Notizie” Anno I n 11 – Novembre 1983.
Intervista alla radio sul Centro che ospita quaranta ragazzi

Un’esperienza nata sei anni fa con la Croce Rossa, che si rifà alle free-clinics di Los Angeles, cioè a quei posti dove si può avere un’assistenza erogata in maniera informale, al di là di ogni condizionamento burocratico
E’ andata recentemente in onda sulla rete 1 della Radio, nel corso del Programma “Punto d’incontro”, dedicato ai problemi della emarginazione, un’intervista con Massimo BARRA. Pensiamo di fare cosa gradita ai nostri lettori nel riportare il testo stenografico dell’intervista, curata dalla signora PENNISI della RAI.

Intervistatrice: Come avevo annunciato nell’introduzione, l’altro ospite della trasmissione di oggi è Massimo BARRA, che è un medico e dirige il centro di “Villa Maraini” a Roma, centro che ospita 40 giovani. Al Dott. Barra chiederei di presentarci questo centro che dirige, dicendoci come è nato e quale è la linea che in questo centro si segue rispetto alla tossicodipendenza.
Massimo BARRA: Villa Maraini è nata sei anni fa da una esperienza già fatta all’estero e vuole essere un centro assolutamente atipico ed informale, in cui non esiste una precisa linea terapeutica ma tutte le terapie vengono attuate in funzione della particolare situazione e patologia di ciascun ragazzo, che è differente dalla patologia e situazione di un altro ragazzo. E’ un centro che è nato con la Croce Rossa, che si rifà un pò alle esperienze delle free-clinics di Los Angeles, cioè quei posti in cui si può avere un’assistenza erogata in maniera informale, al di là di qualunque condizionamento di tipo burocratico. Da noi non serve neanche la tessera della SAUB e l’appartenenza a questa o a quella USL, però siamo una struttura pubblica partendo dal presupposto che anche per adire a determinati trattamenti ufficiali bisogna superare determinate frustrazioni e chi non ce la fa ha diritto comunque ad essere curato.

D.: Qual è la premessa per essere accolti a Villa Maraini? In molte comunità la premessa per essere già avviati sulla via della disintossicazione…
R: Io penso che il ragazzo avviato o comunque motivato a smettere possa essere curato in una struttura chiusa; la nostra invece è una struttura aperta e si rivolge a quelli che non hanno la motivazione, partendo dal presupposto che il ragazzo motivato è malato, quello non motivato, cioè quello che non ha ancora maturato la motivazione a smettere, è malato due volte e quindi se è giusto assistere il primo, altrettanto giusto è assistere il secondo. Quindi l’approccio è assolutamente informale. Chiunque ha bisogno di aiuto, qualunque esso sia: dal farsi la doccia al mangiare, dal seguire una terapia farmacologia ad una terapia familiare, dall’agopuntura alla fleboclisi, dalla visita medica all’erogazione di un farmaco, può venire a Villa Maraini. E quindi non vengono solo tossicomani, anche se il tossicomane è quello che la frequenta di più, possono venire anche soggetti comunque “marginali”.

D: Questa varietà di intervento terapeutico mi fa pensare subito ai grossi problemi che nelle istituzioni pubbliche vengono segnalati dal personale che vi lavora. Una modalità terapeutica che si attua, come lei ha descritto, a Villa Maraini, che riscontro ha poi negli operatori che vi lavorano all’interno?
R: Gli operatori sono stati ampiamente selezionati; direi che su una base di decine e decine di persone che sono passate a Villa Maraini sono rimaste solamente quelle che credevano fortemente in quello che facevano e, su una cinquantina di medici e psicologi, ne sono poi rimasti sei o sette che sono poi quelli che hanno iniziato ufficialmente il tentativo e che lo portano avanti e che ormai ci sono talmente dentro e talmente invischiati, e credono talmente in quello che fanno che penso che per loro il periodo della crisi e della depressione sia ormai superato. Certo, la vita media, professionalmente parlando, di coloro che si occupano di tossicodipendenze non supera i due anni; dopo due anni, di fronte a tanti stress, di fronte ad un malato per tanti aspetti sgradevole molte volte, e molte volte, e comunque poco gratificante, gli psicologi ed i medici pensano che ci sono tanti altri interessi nella vita, oltre che occuparsi dei tossicodipendenti, e cambiano mestiere.

D: Quindi c’è un continuo ricambio degli operatori?
R: Ricambio che purtroppo si riflette negativamente nel livello di attività, perché l’inesperienza determina ansia, l’ansia è una malattia contagiosa, che si trasmette in soggetti estremamente disponibili ad essere agitati ed ad essere ansiosi, e tutto questo aggrava la patologia e determina direi un circolo vizioso, un cane che si mangia la coda, in cui l’istituzione mette l’ansia al ragazzo ed il ragazzo mette l’ansia all’istituzione, e questo è un circolo vizioso in cui è difficile capirsi.

D: Ma un terapeuta dovrebbe avere la sua possibilità di ricarico…
R: Ma non è facile trovare un buon terapeuta e comunque per una malattia nuova, come è la tossicomania giovanile, non credo che si sia ancora selezionata una categoria di buoni terapeuti e viviamo ancora con la improvvisazione e conoscenza direi scarsa di un fenomeno che peraltro nelle università non è ancora insegnato, e quindi la gente si deve fare l’esperienza sulla propria pelle e sulla pelle, soprattutto, dei ragazzi.

D: E questo mi pare abbastanza tragico… Il modello “americano”, che, diciamo, è il vostro riferimento, inserisce tra gli operatori “l’ex”, l’ex drogato”,… Da voi c’è una situazione simile?
R: Noi li abbiamo avuti e li abbiamo “prestati” in questo momento ad altre istituzioni, considerando per loro una fase di ulteriore evoluzione, di inserimento in un mondo di lavoro più ufficializzato. Credo che l’utilizzo dell’ex sia un fatto positivo, e in fondo questo ricalca un po’ quello che è l’andamento della tossicomania, quell’ evoluzione spontanea del fenomeno che dopo 10 anni tende naturalmente ad esaurirsi, in media, e quindi il ragazzo che è nato nella fase di “luna di miele” con la droga e poi passa a quella di ambivalenza di amoreodio, arriva dopo un certo numero di anni all’odio per l’eroina, all’odio per chi lo ha fatto cominciare, ed assume quindi un’attitudine protettiva nei confronti dei più giovani, e questa attitudine protettiva può essere sfruttata, deve essere sfruttata, terapeuticamente. E non solo il modello americano, direi; in tutto il mondo le istituzioni terapeutiche di tipo comunitario utilizzano il carisma dell’ex-tossicodipendente, che mostra che è possibile…

D: Carisma che viene anche contestato come… un elemento dannoso rispetto ad un individuo fragile e debole?
R: Ma la “guarigione” e comunque il superamento della dipendenza, passa sempre attraverso una ulteriore dipendenza… in realtà in processo terapeutico non è, molte volte, che la sostituzione della dipendenza psichica da una persona o da un’istituzione. In questo senso non mi scandalizzerei troppo e direi che tutti i mezzi sono buoni pur di tirar fuori i ragazzi da quello che è un baratro indubbiamente, in cui l’elemento costante è l’infelicità e, come dice Olievenstein, “il n’y a pas de drogués heureux”, “non ci sono drogati felici”, il che è il motivo per cui si cerca di tirarli fuori dall’eroina. (Segue alla pagina successiva >>)

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