Servizi

Villa Maraini forse non chiude

Da: “Il Delfino” bimestrale del Centro Italiano di Solidarietà Anno III°, n. 3 maggio/giugno 1978
L’iter amministrativo della comunità terapeutica della Croce Rossa.
La mobilitazione per la sopravvivenza e le nuove attività.

L’idea di Villa Maraini, nel quartiere Monteverde, è nata ad un medico pioniere della Croce Rossa, Massimo Barra, dopo alcuni anni di lavoro presso il Centro per le malattie sociali del comune di Roma. In partenza non voleva essere una comunità terapeutica, ma un modo diverso di stare assieme a ragazzi con problemi di droga, con buon senso e senza grosse pretese. A 18 mesi dagli inizi, Villa Maraini è diventata punto di incontro per molti ragazzi. In pratica è una comunità terapeutica, anche se non ci sono terapie che non siano quelle “selvagge”, cioè legate alle normali relazioni ed attività quotidiane. Ma tre mesi fa la villa ha rischiato la chiusura.

La CRI aveva deciso di interrompere i finanziamenti. “Si sono trovati di fronte a qualcosa di non ipotizzato, a responsabilità troppo grosse, racconta Massimo Barra, ed alla Croce Rossa si sono detti: i ragazzi sono pochi, e i rischi grossi. Chi ce lo fa fare? Non è solo l’idea della comunità terapeutica, ma anche quella dell’assistenza generica al tossicomane che fa paura e non è popolare. E’ più facile farsi fotografare col pacco dono per i bambini poveri il giorno della befana, continua polemicamente Barra, piuttosto che lavorare in questo campo, dove i rischi sono molti e fare brutte figure è facile”.

Compromesso.

In marzo l’opinione pubblica si è mobilitata. Gli stessi ragazzi ospiti in comunità hanno sollecitato una vasta compagna stampa. La circoscrizione interessata (la XVI) ha appoggiato l’iniziativa, come pure i genitori dei tossicomani. Dopo alcuni incontri tra la CR e il presidente del comitato regionale per il problema droga, Cancrini, si è ipotizzato un compromesso: dopo alcuni mesi di proroga concessi dalla CR, Provincia e Comune potrebbero fornire gli operatori “gettonati”, mentre la CR, con una sovvenzione della Regione (basterebbero 10 milioni l’anno), continuerebbe a pagare le altre spese. Proprio in questi giorni si prendono le decisioni definitive. “Ma non è un problema di soldi: quelli si trovano. Basta dimostrare alla gente che si spendono bene.

E’ più che altro un problema di responsabilità”, precisa Barra, che accenna ai vari tentativi di autofinanziamento dei frequentatori della comunità: a Villa Maraini si lavora il cuoio, si dipinge su tela e soprattutto su vetro; i ragazzi hanno organizzato stand in quasi tutte le principali fiere romane, da “Uso tempo” a “Natale oggi”, dalla mostra sul Tevere a “Estate nel mondo”, vendendo i loro prodotti artigianali.

Inoltre al Maraini c’è un pollaio con galline e conigli, ed un orto che nel giro di alcune settimane dovrebbe fornire ben un quintale di fave. “Abbiamo in mente anche una mostra-mercatino proprio qui al Maraini, dove vendere tutti i nostri prodotti”. Oltre a questi lavori, i ragazzi assolvono agli impegni di routine: la pulizia dei locali, la spesa, e la cucina che è un po’ l’orgoglio della comunità. Un grosso registro raccoglie tutti i dati, le notizie e gli avvenimenti del giorno, piccoli e grandi.

Senza imbrogli.

La comunità è solo diurna. Per quattro mesi si è sperimentata la vita a tempo pieno, compresa la notte, ma la CR non ha gradito l’esperienza. Tempo fa si era pure diffusa la voce che al Maraini si potesse trovare la roba e bucarsi tranquillamente. “Io posso dire che è tutto falso sostiene Massimo Barra e non diamo neppure metadone. Altrimenti avremmo davvero la fila, purtroppo. Qui non ci sono costrizioni: i ragazzi sono liberi, quando escono fanno quello che vogliono. Perciò non siamo esposti agli imbrogli.

L’unica regola è di non bucarsi in comunità, per rispetto alla struttura e soprattutto per rispetto agli altri. E a un certo punto la scelta si fa automatica: è difficile che uno si alzi presto al mattino, lavori tutto il giorno, e poi la sera ricominci con la droga. Alcuni scelgono il Maraini, altri la strada. Il problema è di star bene nella propria pelle oppure no. Io non accetto il discorso che il non bucarsi fine a se stesso significhi risolvere il problema”. Gli enti locali, intanto, puntano almeno nel Lazio più sui servizi socio-sanitari polivalenti, ancora più o meno latitanti, che sui centri speciali.

Ma Villa Maraini è un centro speciale? Barra: “Le classificazioni mi lasciano perplesso. Sì, è una comunità terapeutica. Ne esistono in tutto il mondo, ed anche di molto meno aperte e democratiche di questa, dove, ripeto, si può entrare ed uscire. Perché dovremmo essere più “furbi” degli altri? E poi chi ha detto che qui c’è solo gente con lo stesso problema? Io non ho un problema di droga, eppure sto qui e ci sto bene”. I ragazzi restano in media 6 mesi. Alcuni sono già usciti e lavorano. Per altri si è cercato un lavoro indipendentemente dall’essere “ex”. Il medico responsabile del Maraini insiste sull’idea di rovesciare i termini del processo cura-riabilitazione. La cosiddetta riabilitazione, a suo avviso, deve avvenire contemporaneamente o prima di qualsiasi cura fisica o psichica. L’équipe è formata da tre medici, uno psicologo, due laureandi in medicina, quasi tutti militari di Croce Rossa. E il futuro? “Tra le mie idee c’è quella degli “educatori di strada”, dice Barra, come in Francia. Perché abbiamo poliziotti travestiti da tossicomani, e non operatori sociali che vivano in mezzo a loro, naturalmente senza bisogno di “travestirsi?”.

Ma se all’ultimo momento l’accordo non andasse in porto, quale sarebbe la sorte della comunità? “Se le strutture pubbliche non sono in grado di sostenerla, la vedo privata. La Croce Rossa doveva essere quel trait d’union fra pubblico e privato che non è stata. Doveva essere all’avanguardia, arrivare dove non arriva l’ente pubblico, come fu in passato per altri problemi. Invece ha avuto paura”.

,