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“Una sanatoria per ridare normalità alla Croce Rossa”

Da: “L’Indipendente” di martedì 13 giugno 2006
Intervista. Il presidente Massimo Barra pensa al futuro dell’associazione e al lavoro dei 300mila volontari dei comitati locali. Dipendenti in agitazione e ispezioni ministeriali per un buco di sessanta milioni di euro lasciato dalla gestione precedente.

“Barra vattene”. Lo striscione di protesta affisso all’ingresso della sede della Croce Rossa Italiana distoglie lo sguardo dallo stendardo biancorosso, da quella bandiera svizzera all’incontrario, simbolo di indipendenza, neutralità e imparzialità. Il misfatto è noto: la gestione finanziaria del commissario straordinario Maurizio Scelli si è rivelata per usare un eufemismo poco oculata: la Cri oggi ha un buco di circa 60 milioni di euro. Colpa di contratti da cifre da capogiro con aziende esterne, appalti senza gare, promozioni non autorizzate, promesse di pagamenti di aumenti contrattuali autorizzati dalla precedente amministrazione senza il placet del collegio dei revisori dei conti. Ma viene da chiedersi che cosa c’entri Massimo Barra che è il secondo presidente democraticamente eletto della Cri, dopo Maria Pia Garavaglia, in carica soltanto dallo scorso dicembre. Lui, già vicepresidente della federazione internazionale della Croce rossa, eletto con il 98 per cento dei consensi, uomo più avvezzo ai palazzi ginevrini si e ritrovato in mano la patata bollente e aspetta che si faccia al più presto chiarezza. Intanto, ai piani alti di via Toscana si stringe la cinghia: nessun consulente per il presidente, decurtato il numero dei funzionari mandato in missione, contratti con le aziende esterne ridotti all’indispensabile. E intanto, nelle 1.000 sedi locali sparse in tutto lo stivale, vero fiore all’occhiello dell’associazione, grazie a un consuntivo consolidato di 500 milioni di euro a fronte di un contributo dello Stato di soli 158 milioni di euro, si continua a lavorare non curanti dei dossier avvelenati che circolano a Roma. In attesa della grande riforma.

“Barra vattene” lo striscione all’ingresso della sede non lascia dubbi. Alcuni dipendenti vogliono la sua testa e chiedono l’intervento del governo.
Sono una minoranza e comunque trovo incomprensibile che la protesta sia diretta contro di me. Resta il fatto che gli impegni presi dalla precedente amministrazione vanno rispettati, anche se l’attuale situazione non ci con sente al momento di onorali. Come si suol dire “Pacta sunt serranda”.

Parliamo del buco lasciato da Scelli, lei ha definito la precedente gestione da ricchi di Spagna. L’ex commissario però ha dichiarato che ha ri¬sanato l’ente. Le irregolarità ci sono state oppure no?
Evidentemente qualcosa non ha funzionato, altrimenti non si spiegherebbe l’ispezione del ministero del Tesoro, né questa situazione insostenibile. Trovo scandaloso che un ente prenda impegni con i lavoratori e poi non li assolva. Bisogna trovare una via d’uscita e se l’unica soluzione fosse di tipo legislativa – intendo una sanatoria degli errori passati – ben venga.

Lei pensa che il governo sarà disposto a riparare ai danni di una gestione disinvolta?
La Croce Rossa italiana merita l’attenzione del governo italiano. La nostra è una grande organizzazione e mi riferisco soprattutto ai comitati locali e ai 300mila volontari che lavorano quotidianamente al servizio della società. E penso ai ragazzi che sono intenti alla ricerca dei bambini in Puglia, a quelli che operano a Lampedusa.
Rompere il rapporto di dipendenza della Cri da alcuni ministeri è al punto primo della sua agenda.
La Grande riforma della Croce Rossa non è più procrastinabile. O adesso o mai più. Dobbiamo tornare a essere una società nazionale normale. All’estero percepiscono la nostra anomalia. Non è più pensabile che ci considerino la pecora nera del movimento internazionale. Dobbiamo riportare l’organizzazione nell’ortodossia del Comitato internazionale.

In che cosa consisterebbe questa anomalia?
Nella sudditanza nei confronti dei ministeri e dell’apparato burocratico, che poi contraddice il principio dell’indipendenza solennemente sancito nel nostro statuto. Siamo rimasti un’organizzazione borbonica, uno scandalo nei confronti dei comitati locali che – ripeto – sono la nostra vera forza. Il comitato centrale dovrebbe diventare un service al servizio delle sedi locali.

Fatta la riforma non si porrebbe il problema dei finanziamenti?
Chiediamo soltanto indipendenza, una struttura snella che ci consenta di essere dalla parte dei deboli sempre e comunque. Non siamo una semplice organizzazione, ma una forza unificatrice tra la civil society e il sistema di governo, capace di muoversi in quelle zone d’ombra della società difficilmente raggiungibili dallo Stato.

Non le sembra strano che i dossier siano partiti appena lei è arrivato al la presidenza?
Certo qualcuno sta strumentalizzando il tutto, come si dice ci “azzuppa il biscotto”. Ma la maggior parte del l’associazione è dalla mia parte.

Quale meriti riconosce all’ex commissario Scelli?
Di avere costruito l’ospedale italiano a Bagdad e di avere rischiato più volte la vita.

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