Servizi

Siate umani, fate coltivare l’oppio in Afghanistan

Da: “il Riformista” sabato 30 luglio 2005
Conversazione con M. Barra, della Croce rossa internazionale

«Essere per una maggiore diffusione della morfina vuol dire stare dalla parte del malato». Parla con coscienza di causa Massimo Barra, storico ex direttore del centro per tossicodipendenti di Villa Maraini a Roma, che da aprile del 2004 ricopre l’incarico di vicepresidente della Croce rossa internazionale. Combattere la droga e l’Hiv per Barra, vuole dire anzitutto stare dalla parte delle vittime e della loro sofferenza, ma «i medici italiani hanno sulla coscienza migliaia di persone fatte morire senza morfina, ossia migliaia di malati terminali di Aids e di cancro fatti morire con antidepressivi e altre porcherie simili, che non ne alleviano veramente il dolore». Per uno dei pionieri della lotta contro la diffusione dell’Aids nel nostro paese «il dolore va combattuto, non c’è motivo per morire soffrendo, questa retorica del dolore deve finire. È facile parlare del dolore degli altri. La morfina è uno dei migliori medicinali per alleviare il dolore. Insomma, non si tratta di essere antiproibizionisti, ma umani».

Barra è reduce da un accordo, siglato martedì scorso a Ginevra, con il Senlis Council, un think tank internazionale di scienziati che da anni invoca un cambio di strategia sulle politiche contro la droga. Dati alla mano, il Senlis Council sostiene che vista la cronica carenza di morfina e codeina usate a scopo terapeutico e il fallimento evidente della politiche di riconversione delle colture di oppio in paesi come l’Afghanistan, meglio legalizzare queste produzioni e usarle a scopo medico. Barra però sottolinea che la Croce rossa internazionale «non fa politica, quindi noi non possiamo dichiararci antiproibizionisti. L’intesa che abbiamo firmato con il Senlis Council martedì lo dice esplicitamente: ognuno rimane sé stesso, e il nostro compito specifico è aiutare le persone vulnerabili, i malati, curare l’Hiv. Rimanendo neutrali, imparziali, indipendenti.

Con il Senlis Council si tratta, come dire, di unire gli sforzi, di trovare delle convergenze, loro come grande think tank internazionale, noi come la più grande organizzazione umanitaria del mondo, che si prende cura in primo luogo delle vittime». E quali sono questi punti di convergenza con il Senlis Council? «Be’, ripeto, noi non facciamo politica, noi siamo neutrali ma uno dei nostri compiti è l’advocacy, il compito cioè di parlare a nome delle persone vulnerabili. Anche di “umanizzare” la politica delle droghe, se vogliamo. Il che significa prendersi cura delle vittime, piuttosto che usare la repressione. Noi ci occupiamo di assistere i tossicodipendenti, i malati di Hiv, ad esempio, ma ci opponiamo anche a quella diffusa, sottile e ipocrita condanna delle vittime delle droghe. Noi ragioniamo insomma in termini umanitari, non politici».

Quindi il discorso che porta avanti il Senlis Council, sulla carenza di oppiacei usati a scopo terapeutico, è condivisibile? «Noi vogliamo che sia facilitato in tutto il mondo l’accesso ai farmaci, in nome del diritto delle persone a difendersi, nello specifico a difendersi dal dolore. Le cure palliative, come la morfina, sono cure che limitano il danno. Nel mondo ma soprattutto in Italia, c’è un’attenzione del tutto inadeguata al dolore». Barra ci tiene a ricordare uno degli slogan fondamentali della Croce rossa internazionale: «Quando nel 1919 fu fondata a Parigi la Lega delle Società Nazionali della Croce rossa, il motto era già “spreading the light over science” ovvero “diffondere la luce sulla scienza”. È proprio una delle missioni fondanti della nostra organizzazione, quella di diffondere la scienza contro oscurantismo». E come si concilia questa missione, ad esempio, con il divieto di fare politica? «Ecco, secondo me c’è un problema, che non riguarda affatto la possibilità di fare politica, ma la possibilità di comunicare. Le faccio un esempio.

Lo scandalo di Abu Ghraib non è uscito quando noi abbiamo fatto rapporto a chi di dovere, ma quando il Wall Street Journal ha scoperto cosa succedeva in quelle carceri. Anche se dobbiamo essere cauti, non dobbiamo mai dimenticare che noi stiamo dalla parte delle vittime e che la loro tutela è la nostra priorità». Barra è a capo di una commissione interna della Croce rossa internazionale che sta discutendo la questione: «Per me adottare una strategia di comunicazione diversa significa svecchiare la Croce rossa, significa capire finalmente che il mondo è cambiato, che l’informazione è fondamentale e che non contano più solo i governi, che conta anche l’opinione pubblica. Ma lei si rende conto cos’è oggi la comunicazione? Un caos di bombe, disastri, teste che rotolano, e la conseguenza inevitabile che in Occidente sta aumentando l’uso di psicofarmaci.

Una diversa strategia di comunicazione della Croce rossa internazionale può essere un antidoto a tutto questo, perché è neutrale, perché difende anzitutto le vittime – e su scala globale – insomma perché è credibile».

,