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Rompere il silenzio per fermare l’AIDS

Da: “1864” rivista bimestrale della Croce Rossa Italiana numero 5, anno IV del settembre/ottobre 2000 – Roma.
Intervista a Massimo Barra, Ispettore Nazionale dei Volontari del Soccorso CRI
Nel luglio scorso in Sudafrica la XIII Conferenza Internazionale sull’Aids ha riportato il dramma dell’Aids in primo piano. Oggi Massimo Barra lancia una proposta: mille miliardi italiani per l’Africa flagellata dall’Aids

La Conferenza internazionale sull’Aids sta acquistando nel campo scientifico il ruolo che le olimpiadi hanno nel campo sportivo. Sono due dei pochi momenti importanti che uniscono il mondo e le sue speranze. “Nel luglio di quest’anno il Sudafrica di Nelson Mandela ha ospitato la XIII conferenza internazionale sull’Aids. 12 mila partecipanti tra cui rappresentanti di governi, industrie farmaceutiche, Ong, associazioni di malati. C’era anche Massimo Barra, Ispettore Nazionale dei Volontari del Soccorso, in rappresentanza della Croce Rossa Italiana.
Oggi, a diversi mesi di distanza, riprendiamo il discorso e facciamo il punto sulle conclusioni, le speranze e le aspettative aperte in Sudafrica. “Break the Silente”, rompere il silenzio, era il titolo della Conferenza. Rompere il silenzio sulla terribile situazione dell’Africa. “La cosa più terribile è sapere che una persona su tre di quelle che hai intorno, è destinata a morire. Non perché abbia una malattia sicuramente mortale, ma perché ha avuto la disgrazia di nascere e di vivere dove le terapie non sono disponibili. Tocca al resto del mondo fare la sua parte.
Ad esempio, se invece di investire negli armamenti i paesi ricchi con gli stessi soldi spedissero in Africa un carico di inibitori delle proteasi, di Azt, di farmaci antiretrovirali, sarebbe certo più utile. E’ un problema di priorità che ci dobbiamo porre. Dobbiamo decidere se è più urgente spendere soldi per armare un bombardiere o per salvare milioni di vite umane”.

Quale situazione ha trovato in Africa?
La situazione è devastante soprattutto in Africa sud sahariana, dove una persona su tre è sieropositiva. Il 90 per cento dei militari è sieropositivo, come l’80 per cento dei minatori ed il 25 per cento degli insegnanti. “Break the silence” è uno slogan azzeccato per rompere il silenzio in tutto il mondo su questa tragedia di proporzioni colossali.
Chi tace di fronte a questa situazione, e di fronte alle ingiustizie che questa situazione comporta, equivale a chi ha taciuto di fronte all’olocausto. Break the silence significa anche rompere il silenzio dei pregiudizi. Pregiudizi sull’uso del preservativo come modalità di prevenzione; pregiudizi sui rapporti sessuali; pregiudizi sul ruolo della donna; e pregiudizi sulla stessa natura della sindrome perché ancora esistono medici che dicono che l’Hiv non esiste o comunque che questa patologia non è in rapporto diretto con questo tipo di virus.

Quali sono le novità emerse nella Conferenza?
La cosa clamorosa di queste conferenze è che ogni giorno si scopre qualcosa di nuovo. E quello che si scopre è frutto della pratica clinica. Sono appuntamenti fondamentali per scambiarsi informazioni e ricondurre la ricerca mondiale su un unico binario.
E’ evidente che l’introduzione degli inibitori delle proteasi e della tripla terapia ha determinato una rivoluzione nel mondo occidentale che si può permettere l’accesso alle cure. C’è stato un crollo clamoroso del numero dei morti, ma di contro, la stupidità umana ha portato ad una sorta di normalizzazione della malattia. Nella conferenza è stato evidenziato che nel nord del mondo c’è un trend di allentamento delle misure preventive. Questo significa che l’Aids, non essendo più una malattia immediatamente mortale, fa meno paura.

Qual è il punto sulle terapie disponibili?
La prevenzione resta la prima arma da usare. In Uganda, in Senegal ed in Tailandia un’accurata politica di prevenzione ha portato alla regressione del numero delle nuove infezioni. Quindi anche in un paese africano destrutturato è possibile fare prevenzione. Il cocktail di farmaci, invece, porta dei problemi con sé: tossicità elevata ed elevata percentuale di effetti collaterali sgraditi. L’insieme di questi fattori comporta una ridotta aderenza alle terapie.
Per questo si comincia a parlare di “vacanze terapeutiche”, ovvero interrompere ogni tanto. Una proposta che ha dei pro e dei contro, è evidente che se si interrompe la terapia la malattia va avanti. Ma è anche evidente che è meglio seguire la terapia in modo corretto e poi interrompere per un breve periodo di tempo, piuttosto che fare male la terapia assumendo i farmaci in modo disordinato. Alla lunga questo provoca l’assuefazione del virus ai farmaci che lo combattono, cioè la mutazione del virus che diventa più resistente.

Come si può o si deve intervenire nel sud del mondo?
E’ necessario un piano Marshall, un movimento internazionale di opinione che noi fortemente vogliamo appoggiare. Un’iniziativa planetaria perché il problema è planetario. Chi pensa che riguardi solo l’Africa è molto lontano dalla realtà.

Una mobilitazione planetaria. In che modo si può attuare?
Il presidente francese Chirac ha proposto un fondo straordinario con un versamento volontario di tutti gli stati che aderiscono. Io penso che uno slogan “mille miliardi italiani per la lotta all’Aids” possa essere un buon inizio per rilanciare l’iniziativa e tornare così a rompere il silenzio. Credo che questa sia una occasione da non perdere.
E soprattutto, che debba essere considerata una priorità, altrimenti ci saranno sempre più persone infette. E un bel giorno tutti i paesi del mondo vivranno le conseguenze di questa terribile pandemia che sta flagellando l’Africa. Quindi è anche un investimento egoistico, non solamente umanitario e altruistico. Quello che serve è una forte volontà politica.

Quale ruolo può giocare la Croce Rossa Italiana in questo contesto?
Io credo che gli attivisti della Croce Rossa Italiana possono loro stessi diventare agenti di prevenzione. Devono essere informati, convinti dell’utilità di fare prevenzione, ognuno nel suo ambiente. Noi abbiamo più di 100 mila volontari e con le loro famiglie arriviamo a mezzo milione di persone.
A loro chiedo di essere consapevoli di cos’è l’Hiv, di tenersi informati sulla situazione a livello mondiale per fare pressione sugli opinion leaders, per fare tutela e prevenire la discriminazione e la marginalizzazione dei sieropositivi. Siamo un movimento con un potenziale enorme in questo campo. Un esercito che con la sua mobilitazione può innescare un meccanismo di moltiplicazione del messaggio di prevenzione che può veramente rompere il silenzio.

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