Servizi

«Per la cocaina facile non c’è rimedio»

Da: “Il Tempo” di giovedì 13 ottobre 2005
Da anni il direttore della Fondazione Villa Maraini, Massimo Barra lancia l’allarme sul consumo della polvere bianca. «In Italia non esistono comunità di recupero per cocainomani, solo noi abbiamo un programma»

È subdola, apparentemente poco dannosa e gode di una sorta d’impunità sociale. Se ne parla, da sempre, come della “droga bene”, uno sfizio da ricchi, un vizio che fa “fico”. Chi la usa non viene emarginato come “tossico”, non è costretto ad isolarsi e a nascondersi. Anche perché la sua «prestanza» e la sua lucidità all’inizio crescono invece che diminuire come con gli oppiacei. Tutto ciò rende la cocaina ancora più pericolosa. Non solo. Il calo dei prezzi, l’aumento dello smercio al dettaglio spesso ad opera di conoscenti o spacciatori «fai-da-te». il lungo periodo (anni di assunzione abituale) prima che si manifesti una forma di dipendenza fisica e, infine, l’assenza di strutture di assistenza e recupero ad hoc, sono altri fattori che rendono più preoccupante l’allarme cocaina. Un allarme che il direttore della Fondazione Villa Maraini Massimo Barra (all’attivo 700 «contatti» al giorno con vittime della droga) ha lanciato e continua a lanciare da anni. Inascoltato. «Il trend è vecchio – spiega Barra – Da tempo ormai c’è stato uno spostamento del consumo dall’eroina alla cocaina, se prima -era del 70% di ero e del 30 di coca, oggi è suddiviso a metà».

Perché?
«Perché è “buona”, socializzante e non emargina: Tuttavia non so quanto la “nascita” di un drogato dipenda dall’individuo, dal contesto o dalla sostanza. Ma demonizzare la sostanza significa banalizzare un fenomeno complesso E allontanare la soluzione del problema».

Il calo dei prezzi ha influito sul consumo?
«Non troppo. Si dice che la coca sia una droga da ricchi, ma non è così. Il ricco la compra, il povero ruba per procurarsela».

Qual è l’identikit del consumatore-tipo?
«Non ne esiste uno preciso. Ma diciamo che è ultraquarantenne e maschio. L’estrazione sociale, invece, è varia: si va dal borgataro al manager».

Non esistono strutture di recupero per cocainomani…
«Solo la nostra. Con il programma “spazzaneve” («neve» è uno degli affettuosi nomignoli per la cocaina ndr), abbiamo in cura gruppi di cocainomani, 150 per l’esattezza. Molti hanno precedenti penali, altri vengono come alternativa al carcere, anche se il ministero della Giustizia dovrebbe rimborsarci per questi ultimi ma non lo fa per carenza di fondi. Ma non c’è un metadone per la coca, e la terapia tradizionale non funziona. Noi facciamo psicoterapia individuale, di gruppo e anche al partner non tossicodipendente del cocainomane. E frequenti esami anti-doping. Non si può mandare un cocainomane a zappare l’orto nelle comunità ortodosse. Come non funziona il tentativo di controllare l’offerta, visto che si sequestra appena il 10% della droga circolante, non funzionano la disintossicazione forzata, il proibizionismo e la criminalizzazione dei tossicodipendenti. E comunque non sono nell’interesse dello Stato e della collettività».

Si può morire di overdose di cocaina o sono i mix ad essere letali?
«Si può morire. Ma i cocktail con l’alcol o con l’eroina sono pericolosissimi. Però ripeto: il problema non è la sostanza. O almeno, non solo la sostanza. E’ l’individuo che fa la differenza».

,