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Parla Massimo Barra: equilibrio tra connivenza e coercizione

Da: “il Manifesto” di martedì 7 aprile 1998 – Roma.
Decarcerizzare non basta, la cura coatta non aiuta

Parliamo di tossicodipendenza e carcere. Alla Conferenza di Napoli di un anno fa si era parlato di ridurre il carcere. Che ne è stato di queste proposte?
Non mi sembra che sia stato dato molto seguito alle proposte avanzate a Napoli, eppure era un’assise importante che avrebbe meritato attenzione. Comunque, una delle linee di riforma potrebbe essere l’eliminazione del limite di quattro anni, di pena, al di sopra del quale attualmente il tossicodipendente detenuto non può richiedere l’affidamento in prova.

Ma la via dell’ampliamento delle possibilità di affidamento in prova speciale non è nuova. Già nel 1993 l’allora ministro Martelli aveva innalzato la soglia da tre a quattro anni, eppure il numero di tossicodipendenti in carcere non è diminuito. Non dimentichiamo, poi, che la gran parte degli ingressi in carcere avviene per reati di spaccio, che è punito con pene molto alte, senza contare che anche la semplice cessione è equiparata allo spaccio. Non c’è un’incongruenza fra una legge molto penalizzante, che con grande facilità apre le porte del carcere ai tossicodipendenti, e la presenza di canali “speciali” per favorirne l’uscita?
Su queste problematiche bisogna andare per gradi, tenendo conto della reattività dell’opinione pubblica. Vi cito un caso, a partire dalla mia esperienza: il primo dicembre scorso avevo inviato a un convegno a Palermo un nostro collaboratore, che la sera si è ritrovato all’Ucciardone. Dal cervellone della polizia, questa persona risultava contumace (senza che egli ne sapesse niente) per una condanna passata in giudicato, in seguito a un reato di bancarotta fraudolenta commesso molti anni prima, quando era tossicodipendente. Dopo cinque anni che non si drogava più, quest’uomo è rientrato in carcere. Possono essere eventi drammatici… Per fortuna, in questo caso, la condanna era di quattro anni e due mesi, perciò, dopo aver scontato i due mesi, ha potuto ottenere l’affidamento in prova. Ciò dimostra che ci vuole elasticità in queste situazioni.

Basta dunque assicurare l’uscita dal carcere ai tossicodipendenti, ovvero “decarcerizzare”, come si dice in gergo tecnico?
No, si deve meglio definire il reato di spaccio, cominciando a distinguere fra cessione e spaccio. Quanto a quest’ultimo, l’elemento costitutivo del reato dovrebbe essere il lucro permanente. Se, invece, il lucro è finalizzato all’acquisto delle sostanze per sé, allora in questo caso il tossicodipendente fa agli altri ciò che gli altri fanno a lui. C’è un elemento soggettivo del reato completamente diverso. Per di più, il criterio che identifica lo spaccio dalla quantità di sostanza detenuta è assolutamente banale e improprio. So di persone che hanno importato grosse quantità di droga, cocaina nello specifico, e l’hanno consumata tutta personalmente.

Torniamo all’affidamento in prova. Non pensa che ci sia anche un problema di cultura dei giudici nell’applicare la norma? La legge, di per sé, non preclude la possibilità che il tossicodipendente sia affidato ai servizi pubblici, con programmi di reinserimento sociale sul territorio. Eppure, i magistrati di sorveglianza in genere preferiscono i programmi residenziali in comunità. E, poi, magari basta un esame positivo delle urine che provi una “ricaduta” per tornare in carcere…
Si sovrappongono molti problemi. L’affidamento in prova dovrebbe essere una presa in carico globale del soggetto. Spesso i servizi pubblici non sono in grado di adempiere questo compito e fanno solo terapie farmacologiche ed esami delle urine: è un po’ poco. Esperienze come la nostra, di Villa Maraini, in cui l’aspetto sanitario e il momento ergoterapico e psicoterapico sono compresenti, mi sembrano preferibili. D’altro lato, l’interesse terapeutico del tossicodipendente non è definibile a priori. Spesso scatta un rapporto di complicità fra chi cura e chi è curato, seguendo il principio “io ti copro qualsiasi cosa tu faccia”, e ciò determina reazioni da parte della magistratura. Il rischio di connivenza fra affidato e affidatario è aggravato se quest’ultimo vive della rendita che gli procura il tossicodipendente. Il sistema delle rette pagate al privato sociale per ogni singola prestazione fornita non funziona, particolarmente in questi casi. A volte può essere utile anche il rientro in carcere, perché il tossicodipendente rifletta un po’ su di sé.

Ma la logica della terapia alternativa al carcere non determina di per sé una pericolosa commistione fra sistema terapeutico e sistema giudiziario? C’è, fra l’altro, un elemento di coercizione che turba il setting terapeutico…
E’ vero, però si può lavorare per un diverso rapporto con la magistratura, di contatto quotidiano, che non sia burocratico, per valorizzare la terapeuticità dell’affidamento in prova: cercando di creare un sistema che non sia di contaminazione reciproca. Non dimentichiamo che l’anello più debole è sempre il tossicodipendente, che ci rimette sia da un rapporto di connivenza dettato dalla convenienza e dall’utilitarismo del terapeuta, sia da un atteggiamento troppo fiscale: bisogna trovare uno spazio genuinamente terapeutico fra questi due estremi. La coercizione è certamente una forte contaminazione, ma non mi sentirei di escluderla in assoluto. Nel caso di tossicodipendenti allo sbando, incapace di provvedere a se stessi, la costrizione può essere utile.

Tuttavia la strada maestra sarebbe ancora quella di evitare che il tossicodipendente commetta reati ed entri in carcere. Il sistema dei servizi, e in particolare la riduzione del danno, dovrebbero contribuire a contenere i rischi della clandestinità e la microcriminalità…
C’è molto da fare per diffondere una diversa cultura dei servizi. Ci sono ancora SERT che non sono in grado o non vogliono dare metadone e frappongono ostacoli artificiosi a questo approccio. Quando un tossicodipendente è allo sbando e non gli viene dato il metadone continua a delinquere. Se il metadone viene negato, o è dato poco e male, si determina un danno iatrogeno. Questa è la situazione in molte Regioni italiane ed è così anche a Roma. Anzi, a Roma c’è una suddivisione territoriale che impone al tossicodipendente di recarsi ad un determinato servizio: col rischio che sia obbligato a curarsi in un servizio inefficiente, perché ciò che è lecito a Montemario diventa illecito a Montesacro. Si viola così il diritto costituzionale alla cura.

L’esperienza della somministrazione controllata di eroina in Svizzera ha dato risultati positivi soprattutto rispetto all’inserimento sociale dei tossicodipendenti e alla riduzione della criminalità. Potrebbe essere utile questa sperimentazione anche in Italia?
Noi di Villa Maraini abbiamo dichiarato subito la nostra disponibilità alla sperimentazione, anche perché eravamo terrorizzati dal rischio che somministrassero l’eroina quei SERT che oggi non sanno dare il metadone! Nei casi in cui il metadone si rivela inadeguato, ci può essere spazio per tentare una terapia con eroina.

Anche in Svizzera la sperimentazione si è rivolta a quei soggetti che avevano fallito con altri programmi…
Si può giustificare la sperimentazione dell’eroina come farmaco partendo dall’assunto che non conti tanto la sostanza in sé, quanto il contesto di assunzione. Ciò è confermato anche dalle sperimentazioni su animali. è ipotizzabile che l’eroina medicalizzata sia diversa dall’eroina di strada e che, nel primo caso, la prognosi sia favorevole e il tossicodipendente cerchi altre strade. Noi, comunque, siamo pronti a sperimentare, ma ho i miei dubbi che ci sia la volontà politica di farlo!

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