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Massimo Barra: “Non possiamo andare via dall’Afghanistan, hanno bisogno di noi

Da: “la Discussione” – Roma venerdì 23 febbraio 2007
Intervista al Presidente della Croce Rossa Italiana: “Sono stato lì, i nostri soldati sono i più apprezzati. Sono leader”

La crisi di Governo scaturita dal voto in politica estera ha riportato al centro del dibattito politico l’Afghanistan. La permanenza delle nostre truppe nella missione internazionale ha rappresentato il pomo della discordia per i partiti dell’Unione: ma cosa succede in questo momento a Kabul? Quali sono le condizioni sociali e militari nelle quali versa il paese? Lo abbiamo chiesto a Massimo Barra, Presidente della Croce Rossa italiana, che ha concluso da pochi giorni una visita nell’ex paese dei Talebani.

Presidente, poche settimane fa si è recato a Kabul per una missione della Croce Rossa. Che aria si respira in questo momento in Afghanistan?
La situazione è abbastanza nervosa e carica di una certa tensione. Non tanto per quello che accade ora ma per quello che si sospetta possa accadere in primavera.

A cosa si riferisce?
Alla possibile offensiva che hanno annunciato i talebani.

Quali sono le condizioni di vita della popolazione?
C’è molto da fare. Intorno a Kandaar, ad esempio, gli ospedali sono in condizioni penose. Ci siamo recati nelle montagne intorno a Kabul per portare del materiale della nostra organizzazione: la gente viveva in mezzo alle macerie. Erano aggregati, teneri e patetici, in fondo. Prendevano il té sul piazzale di una moschea, ma non potevano entrare perché era semidistrutta.

Qual è il rapporto che si è instaurato fra gli abitanti del luogo ed i nostri soldati in missione?
Per quello che ho visto io sono molto apprezzati. La stessa polizia afgana li segue disciplinatamente. Si vede che hanno conquistato una leadership nella gestione della sicurezza.
Un fatto positivo… Un fatto certamente positivo per la coesistenza pacifica.

Cosa li rende cosi apprezzati?
Quello che ho colto è che le nostre truppe si muovono in una maniera appropriata. In quel contesto è facile trasmettere cattive sensazioni, magari violente, con un semplice atteggiamento, con un movimento. Invece i nostri riescono a risultare amichevoli, anche attraverso piccoli gesti, come indossare qualche indumento locale.

Ha potuto soppesare anche la reale utilità pratica della presenza dell’esercito in quel territorio?
Assolutamente si. Queste persone si trovano in Afghanistan per rendere servizi veramente utili a quelle comunità.
Purtroppo a volte questa “funzionalità” viene messe in discussione.
Io parlo per quello che ho visto, e per quello che ho visto mi sono sentito orgoglioso di essere italiano.

Quale era lo scopo della vostra missione?
Eravamo lì per inaugurare un centro antidroga con la Mezzaluna rossa afgana.
So che la situazione, soprattutto per quanto concerne il consumo di oppio, è molto grave.
Non solo il consumo, ma soprattutto la produzione di oppio, che al momento influenza più del cinquanta per cento del pil nazionale.

Cosa pensa che si potrebbe fare per risolvere il problema?
In primo luogo credo che puntare tutto sull’eradicazione e sulla sostituzione delle colture sia un errore di cui qualcuno prima o poi dovrà accorgersi. È da tempo che si percorrono queste strade senza ottenere risultati: forse è diventato un sistema per mantenere lo status quo.

Cosa intende dire?
Siccome non c’è mai stato così tanto oppio come da quando ci sono gli occidentali a Kabul…
Teme che ci possa essere della connivenza fra eserciti occidentali e coltivatori del luogo?br> Io non posso dire questo, ma dico che chi dirige le politiche in tema di droga, se continua a proporre soluzioni velleitarie, contribuisce a mantenere lo status quo.

Quale potrebbe essere una alternativa?
Trasformare la produzione da illegale a legale, visto che la terapia del dolore sta riscontrando un discreto successo nel mondo.

Ma chi controllerebbe questo commercio?
La comunità internazionale, se volesse, potrebbe farlo.

Un motivo in più per rimanere in Afghanistan?
In quei luoghi il potere costituito è distribuito in maniera arcaica ma funzionale: con la nostra supervisione potrebbe funzionare meglio.

Crede che in questo momento quelle popolazioni potrebbero fare a meno del contingente internazionale?
Penso di no. Perché come le dicevo i soldati della coalizione sono fondamentali per mantenere l’ordine, altrimenti vincono i banditi. Da soli non riuscirebbero a tenere sotto controllo la situazione.

A maggior ragione, visto il successo che riscuotono i militari italiani, sarebbe ancor più inopportuno farli dipartire?
Penso proprio di si. Certo, devono mantenere un’attitudine il più possibile umanitaria ed il meno possibile violenta.
Le politiche portate avanti da alcune fazioni politiche, soprattutto di sinistra e con vocazione pacifista e umanitaria, tendono ad ignorare il contraccolpo che potrebbe provocare un eventuale ritiro delle nostre truppe.
Certo.
Dovremmo dire che è più umanitario rimanere a controllare certe zone problematiche, anche se alcune coscienze politiche non lo capiscono.
Certo.

E la Croce Rossa?
Anche noi vogliamo e possiamo fare di più. Io ho dato al Ministro degli esteri il massimo della disponibilità per incrementare la nostra azione.

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