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L’esperto: “Cinque fasce d’intervento”

Da: “Corriere della Sera” di sabato 2 novembre 1985 – Roma.

“Uno dei meriti dei SAT romani è quello di avere eliminato l’impiego della morfina nella disintossicazione dei drogati, assolutamente insostenibile dal punto di vista terapeutico. La morfina, infatti, come l’eroina e a differenza del metadone, dà una grande tolleranza, quindi nel tempo l’organismo ha bisogno di dosi crescenti per sanare la sintomatologia dell’astinenza, altro che diminuzione progressiva!

E poi, fornita al tossicomane in fiala, diventa un richiamo troppo forte perché questi non se la inietti per via endovenosa”. La spiegazione è del dottor Massimo Barra, un esperto che da oltre dieci anni combatte la piaga della droga a Roma, prima come medico del Centro per le malattie sociali del Comune, ora come direttore della Comunità aperta per tossicodipendenti “Villa Maraini”.

“Il metadone invece”, continua Barra “viene somministrato solo per via orale, e ciò comporta l’eliminazione del rituale del buco. In alcuni pazienti, e in una certa fase della loro dipendenza, un periodo anche lungo di somministrazione di questo farmaco può essere utile.
L’esperienza infatti mi ha insegnato che la disintossicazione fisica è il punto d’arrivo e non quello di partenza del difficile cammino della terapia”. Sull’uso a lungo termine del metadone vi sono due correnti mediche, entrambe di scuola americana: la prima suggerisce la stabilizzazione del paziente su alti dosaggi; la seconda, un mantenimento ai quantitativi minimi indispensabili a far scomparire i sintomi dell’astinenza.

– A che serve il mantenimento ad alti dosaggi?
“Per arrivare all’impregnazione metadonica, cioè al punto in cui il paziente anche se si inietta eroina non ne sente più l’effetto. Oltretutto, anche questi dosaggi sono perfettamente compatibili con una vita normale, compresa la guida di un’automobile, perché il metadone non provoca significative differenze nei tempi di reazione”.

– Ma allora perché in molti SAT il metadone viene lesinato al massimo, dando così origine tra l’altro a un vero e proprio mercato clandestino?
“Per ignoranza o presunzione degli operatori, spesso assai poco qualificati. La mentalità secondo la quale un medico si vanta di essere bravo perché da poco metadone, è la stessa di chi pretende di curare una grave infezione con pochi antibiotici rispetto a quelli che sarebbero necessari.
E poi, l’individuo che ha sostituito alla dipendenza dall’eroina quella dal metadone, non è un condannato a morte come certa gente vorrebbe far credere, perché nulla impedisce che, una volta uscito dalla dipendenza psicologica, si liberi anche di quella fisica”.

– Insomma, metadone facile…
“No, perché c’è una scala di interventi. Prendiamo cento tossicomani: prima ci sono quelli per i quali basta una cura non farmacologica (tipo comunità terapeutica o psicoterapia), che sono i pazienti meno gravi. Poi coloro che hanno bisogno solo di una terapia a base di farmaci non oppiacei, ai quali dare il metadone sarebbe criminale, e sono i ragazzi che hanno appena incominciato, senza ancora una dipendenza fisica vera e propria.
La terza fascia è costituita dai motivati a smettere, che possono essere “svezzati” con il metadone a scalare. Poi vengono i refrattari agli interventi fin qui indicati, per i quali non vi sono altre realistiche possibilità di cura al di fuori del mantenimento a metadone in attesa che gli si accenda la lampadina. Infine, c’è una piccola frangia di tossicomani che rifiutano questo farmaco, perché vogliono il buco”.

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