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“L’eroina non si cura col carcere”

Da: “Paese Sera” di sabato 30 gennaio 1988 – Roma.
Il dottor Massimo Barra è il fondatore e direttore di Villa Maraini, un’iniziativa pubblica, e laica, intorno a cui si sono organizzate tante realtà diverse per un recupero di coloro che hanno il problema droga.

– Qual è la situazione vostra, in questo momento?
“Abbiamo creato un insieme di strutture polivalenti e comunicanti tra loro, lo Scia (Sistema Cittadino Integrato Antidroga) che deve dare una risposta terapeutica “a rete”. Come diciamo noi, e non “ad imbuto”. Mi spiego.
Il sistema “ad imbuto” è quello che propone rimedi uguali per tutti, come per esempio l’ingresso in una Comunità, con regole fisse, con determinata ispirazione, ecc. E chiaro, e l’esperienza lo conferma, che ci sono tanti drogati che non accettano l’imbuto, e restano fuori, eppure spesso sono proprio i più deboli, quelli che hanno più bisogno, e non ce la fanno neppure a decidere di curarsi davvero.
Noi cerchiamo di rispondere anche a questi, con diversi strumenti. C’è, per esempio, il Centro del telefono d’aiuto, che è il 5311507, e che per ora funziona 12 ore al giorno, ma speriamo di arrivare a farlo funzionare bene.
Poi c’è il Centro diurno vero e proprio di Villa Maraini, poi la Cooperativa di Villa Maraini, che può affrontare i problemi del lavoro, poi il Centro di assistenza del S. Camillo, il Progetto Carcere, per i detenuti, e le due comunità terapeutiche vere e proprie, a Massimina e a Città della Pieve, che oggi ospitano una novantina di ragazzi, stabilmente.
In tutto assistiamo 600 ragazzi al giorno, con possibilità di passaggi da una struttura all’altra”.

– Ma anche a voi risulta che la droga è in aumento?
“Sì. Il parametro più morti più droga non è automatico, ma in assenza di altri parametri è un punto di riferimento abbastanza sicuro. E poi c’è l’esperienza di chi è dentro la realtà della droga. La roba si trova, e se ne trova tanta.
Noi pensiamo che i sequestri raggiungano circa il 10% di ciò che circola, e allora i calcoli sono presto fatti. I dati del Labos sono seri, e fondati”.

– E che ne dite, voi, del “drogato del sabato sera”?
“E’ l’effetto dell’illusione della “gestibilità” dell’eroina. Molti hanno cominciato così, e hanno creduto davvero che fosse compatibile la droga di un giorno con una vita normale degli altri sei.
Ma l’esperienza dice che inevitabilmente, a poco a poco, si passa a due volte a settimana, poi a tre, poi a una dose al giorno, e poi a due, e non ci si ferma più.
Chi sta male tutti i giorni il sabato sera sta peggio, e l’ingranaggio una volta partito diventa schiacciante”.

– Lei che ne pensa della legislazione attuale, e della “685”?
“Penso che è ben difficile affrontare e risolvere i problemi modificando la legge. Da noi, del resto, la legge non è peggiore che altrove. Anzi. E poi, bisogna chiarire: l’alternativa alla “685” è tornare alla legge precedente, e mettere tutti in galera.
E’ una cosa possibile? E’ auspicabile? Togliamo pure la scappatoia della “modica quantità”, ma che facciamo? Del resto non è con la galera che si risolve il problema della droga, se è vero, come è vero, che in prigione un detenuto su due, oggi, si droga. Perciò la riforma della “685” mi lascia abbastanza tiepido.
La vera riforma, clamorosa, c’è già stata, ed è quella che ha toccato il regime carcerario per i drogati. Con il sistema degli arresti domiciliari, della semilibertà, dell’affidamento alle comunità, si è già fatto un passo avanti notevole, e su quella strada bisogna continuare. Ciò per la repressione. La prevenzione, invece, non può essere fatta con la legge.
In un sistema economico libero non si otterrà mai con la legge che il denaro circolante non porti con sé un’offerta di droga corrispondente. Bisogna stare attenti all’illusione che riformando la legge le cose si avviano a soluzione”.

– E allora voi come intervenite?
“Noi insistiamo molto sull’aspetto psicoterapeutico per il superamento delle proprie angoscie e delle proprie debolezze”.

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