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La parola a Massimo Barra

Da: “INgiustizia” Anno XXXVI N. 6
Il recupero dalla droga partendo dal soggetto malato

La droga è uno dei mali caratteristici del nostro tempo perché molto più che in passato rappresenta un momento di evasione dallo stress o dalle insoddisfazioni personali. Lungi dall’essere una soluzione a questi problemi, essa crea anzi un problema maggiore che è quello della dipendenza a cui spesso segue l’emarginazione sociale, poiché l’opinione pubblica non riesce a capire che spesso l’uso di droghe è dovuto non tanto alla scelta consapevole del singolo quanto all’ambiente e alla situazione personale in cui questo è cresciuto e si trova al momento. Se poi alla detta situazione patologica si aggiungono le pene dei reati commessi in relazione alla propria tossicodipendenza ci si trova di fronte alla doppia sfida del recupero del malato e del criminale. Posto però che le carceri in genere e quelle italiane in particolare sono luoghi di violenza psicologica prima ancora che fisica, il recupero di soggetti deboli come i tossicodipendenti sarà difficile e al più si può sperare che questi non prendano anche il diploma di criminali da aggiungere alla qualifica di tossici. Per far luce su una questione tanto delicata abbiamo intervistato Massimo Barra, Presidente della Croce Rossa Italiana dal 2005 al 2008 e da sempre impegnato in politiche di recupero dei tossicodipendenti con la sua Villa Maraini, il più grande centro antidroga italiano.

Nonostante il T.U. 309/90 preveda l’affidamento in prova, questa misura nel nostro paese è applicata solo raramente, con il risultato che le carceri italiane hanno una percentuale di detenuti tossicodipendenti al di là di ogni media europea e per di più sono sovraffollate. Cosa impedisce l’applicazione di questa misura, che le statistiche dicono portare vantaggi a lungo termine?
Le carceri sono uno dei grandi problemi irrisolti dell’umanità, in particolare in Italia tra Regina Coeli e l’ultimo atto della Tosca non c’è grande differenza. Che nel terzo millennio si debbano ancora usare le carceri è una sconfitta per l’umanità, in questa sconfitta è ancora più clamoroso che un terzo dei detenuti sia in carcere per problemi legati alla droga. Questo è un frutto avvelenato, un collateral damage del proibizionismo. Io non sono un antiproibizionista perché il proibizionismo è un freno al consumo e la droga fa male, il maggior numero di morti per droga si ha per droghe legali e non per droghe illegali. Premesso questo, non sono un proibizionista ottuso, come alcuni attuali governativi, un proibizionista che si compiace del proibizionismo, mentre il proibizionismo è una tragedia che ha danni collaterali enormi: la criminalità, l’invasione degli stati da parte dei narcotrafficanti e quello che sta succedendo in Messico è eclatante; questi sono i danni collaterali del proibizionismo. Per quanto riguarda le misure previste il problema è che il tossicomane è totalmente impotente, cioè non ha potere. Già i malati non hanno potere, il tossicomane è un malato che è fortemente stigmatizzato, stigma and discrimination, sono solito dire stigma kills poiché la stigmatizzazione uccide più della droga. Non avendo potere è preda delle apatie e delle indifferenze delle burocrazie, nell’apparato giudiziario italiano le burocrazie dominano, sia le burocrazie della magistratura sia le burocrazie di coloro che devono predisporre gli atti per fare questi provvedimenti alternativi. La mia Villa Maraini è forse quella che ha più persone in alternativa al carcere, ma proprio perché siamo caparbi, anche perché spesso non veniamo pagati e quando lo siamo questo è solo in misura ridicola. In questo mare l’alternativa la carcere langue ed è una iniziativa intelligente che viene praticata poco.

Quali sono stati i risulta­ti del progetto DAP – Prima, che prevedeva una valutazione preventiva all’arrestato al fine di studiare un piano di recupero adatto personalizzato per ogni soggetto?
DAP – Prima è stato un progetto europeo che ha formalizzato quello che noi facciamo da 15 anni, è iniziato in ritardo ed è finito senza rinnovo. Non ha avuto seguito ma siccome noi a Roma continuiamo ad operare e andiamo tutti i giorni ai tribunali per visitare le persone che vanno in direttissima praticamente il DAP – Prima non ha inciso significativamente perché è stata una piccola parte. L’unica cosa nuova è che ci hanno dato una stanza che abbiamo mantenuto. DAP – Prima non può essere un progetto ma un’opera sistematica, le persone che vanno in giudizio devono essere messe in condizione di potersi difendere, se sono in astinenza sono disorientati nel tempo e nello spazio e quindi incapaci di difendersi. Noi da anni gli portiamo il metadone e i giudici molte volte interrompono il processo per permetterci di operare. Abbiamo umanizzato il processo e constatiamo che le pene diminuiscono perché quando qualcuno si sa difendere riceve una pena più lieve che se fosse abbandonato a se stesso. Quindi DAP – Prima è stato uno progetto intelligente gestito malamente dalle burocrazie con forti ritardi. È un fiore che però non ha dato frutti. (Segue alla pagina successiva >>)

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