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La Cri: né temerari, né rinunciatari nostro posto è qui, ma servono garanzie

Da: “La Stampa” di lunedì 12 giugno 2006
IL PRESIDENTE BARRA «I PRIMI A DOVER TORNARE»

Era il 13 aprile del 2004 quando le ong iniziarono a fare le valigie e a lasciare l’Iraq. L’anno successivo -dopo l’impennata di sequestri culminati nella morte di Nicola Calipari, l’agente del Sismi che aveva appena liberato la giornalista Giuliana Sgrena – dall’ambasciata italiana a Baghdad giunse una richiesta: troppo pericoloso, via tutti. Da quel momento nessun giornalista ha messo più piede in Iraq, ma anche le ong e la Croce Rossa hanno continuato a lavorare facendo base ad Amman. Gli italiani nel Paese sono tecnici, manager che si occupano di cooperazione o attività di ricostruzione spesso per gran di gruppi statunitensi in zone meno esposte, di sicuro non a Baghdad o Nassiriya. Il ministro della Difesa Parisi ha annunciato ieri che i soldati si ritireranno ma i civili potranno rimanere. Il presidente della Cri Massimo Barra risponde che i suoi volontari «fremono» per tornare, ma hanno bisogno di alcune «garanzie».

Che cosa cambierà per la Cri dopo il ritiro?
«La Croce Rossa svolge due tipi di intervento. Innanzitutto ci occupiamo di attività ausiliaria delle forze armate. Le nostre ambulanze si muovono al seguito dei convogli ed è stato così, ad esempio, che si sono salvati gli ultimi feriti, i quattro della brigata Sassari colpiti la settimana scorsa. Questa attività cesserà automaticamente. Nel momento in cui i soldati rientreranno, rientrerà anche il personale della Cri al loro seguito».

E gli altri?
«Il secondo tipo di intervento è il supporto alla Mezzaluna rossa irachena (la Cri locale, ndr). Grazie al mio predecessore Scelli abbiamo impiantato un ospedale da campo che è stato poi trasferito nel Medical City Center di Baghdad che viene gestito come attività di cooperazione dall’ottobre 2003. Svolgiamo pronto soccorso, visite specialistiche e interventi chirurgici. Fino alla primavera scorsa c’erano 25 italiani, ora soltanto personale iracheno».

E come controllate l’attività?
«In questa fase manteniamo costi e struttura. Ogni mese mandiamo dei nostri delegati ad Amman per pagare farmaci, e tutto quanto è necessario. Accanto all’ospedale c’è una Water Line, che rende potabile l’acqua anche a 400 mila persone locali. Infine c’è il Med. Evac, cioè il trasporto in Italia di iracheni affetti da malattie che non possono essere curate lì».

Siete disposti a tornare anche senza militari a difendervi?
«Siamo nati nei campi di battaglia. Non siamo dei temerari, ma nemmeno dei rinunciatari. Anzi. I nostri volontari fremono per partire».

Che cosa attendete?
«Siamo contrari agli interventi unilaterali al contrario di quanto è accaduto in passato…».

Si riferisce a Scelli?
«Non voglio fare polemiche. Voglio solo dire che io sono un uomo di Croce Rossa abituato a frequentare Ginevra. Conosco l’etichetta e intendo rispettarla al cento per cento…».

Dunque?
«Il nostro ritorno va inserito in un quadro di sicurezza che può esserci consigliato dalle autorità italiane».
Sicurezza che ora non c’è e che forse senza i militari ci sarà ancora meno…

«Di sicuro finora non c’è stata alcuna evoluzione rispetto al passato. Ma siamo pronti a mandare i nostri volontari. Di certo quando i militari saranno andati via la Cri sarà il primo organismo a dover tornare. L’ho anche detto al ministro degli Esteri Massimo D’Alema il primo giugno durante un nostro incontro».

E lui?
«Ha risposto che era in partenza per l’Iraq e che ci avrebbe chiamato al ritorno».

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