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L’ umanitario stia ai confini

Da: “Vita” 24 settembre 2004 – Anno 11 numero 38

Andarsene. Lasciare l’Iraq. Secondo Massimo Barra, storico direttore del centro di aiuto romano per tossicodipendenti di Villa Maraini, fondato in joint venture con la Croce rossa italiana, e da aprile vicepresidente della Federazione internazionale delle società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, «a Bagdad non ci sono più le condizioni di sicurezza minime per operazioni umanitarie».
Una convinzione maturata dopo cinque giorni, dall’8 al 13 settembre, trascorsi ad Algeri dove ha partecipato ai lavori della sesta Conferenza panafricana delle società di Croce rossa e Mezzaluna rossa dei Paesi arabi.

Vita: Che eco ha avuto nel mondo arabo il rapimento delle volontarie?
Massimo Barra: Per loro è stato scioccante il fatto che si tratta di due donne. Nella cultura islamica il sesso femminile è sacro e intoccabile. Ma questo episodio segna anche un punto di non ritorno nel modo di concepire l’umanitario in Iraq.

Vita: In che senso?
Barra: La vicenda deve farci riconsiderare l’idea stessa di restare in quel contesto che ormai è pienamente di guerra. Se nemmeno l’esercito più forte del globo riesce a controllare la situazione, se siamo di fronte al caos totale, alla mercé di bande di predoni, servizi segreti di chissà quali Paesi e ultra fondamentalisti, non vedo come gli operatori umanitari possano ritagliarsi un recinto in cui lavorare.

Vita: Voi come Croce rossa avete commesso degli errori a livello operativo?
Barra: Probabilmente sì. Anche se si è trattato di eccesso di zelo determinato dalla volontà di soccorrere le popolazioni locali. Forse non era il caso di andare a Najaf. Non era quello il momento di fare i Rambo. Ricordo comunque che da quando siamo presenti in Iraq abbiamo effettuato 80mila interventi di tipo medico sanitario.

Vita: Non ci sono più presupposti per un intervento umanitario: cosa fare?
Barra: Una soluzione efficace e responsabile mi sembra quella di un riposizionamento del contingente umanitario in zone limitrofe all’Iraq in cui si incominciano a rendersi evidenti nuovi bisogni, un intervento all’interno dei confini siriani che dia risposte all’esodo di civili iracheni che si stanno dirigendo verso quel Paese.

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