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“Io solo posso farlo, ma non posso farlo da solo”

Da: “Famiglia Cristiana” Anno II n. 49 del 12 dicembre 1982
Due storie esemplari di solidarietà: Massimo Barra

Una comunità per la cura dei drogati a Roma, guidata da un medico eccezionale, che ha ricevuto il premio Schweitzer. La regola è semplice: non c’è una terapia unica per tutti i tossicodipendenti. Prezioso appoggio della Croce Rossa. Villa Maraini è un casermone giallo in fondo al parco Città della Croce Rossa, dalle parti dell’ospedale Forlanini: una macchia di verde nei fumi del traffico romano.

Il cancello è aperto. Un tratto d’asfalto, poi un dedalo di stradine interrate, tra alberi, cespugli e cani randagi. Nessuna indicazione, buio e silenzio. Arrivo in ritardo e Massimo Barra dice subito: “Mi spiace, ma adesso dovrà aspettare: prima i malati, lei capisce, no?”. Comincio anche a capire perché soltanto un giornale, e neppure romano, gli ha dedicato qualche riga dopo il premio Schweitzer attribuitogli dalla fondazione svizzera Von Goethe.

Una medaglia d’argento e un milione di lire (non diecimila dollari, come scrive quel quotidiano) “per la sua azione umanitaria all’interno della Croce Rossa e per il suo impegno a favore dei tossicomani”. Stesso riconoscimento è andato al Gruppo Abele di Torino, fondatore don Ciotti, di cui Famiglia Cristiana si è occupata più volte.

Massimo Barra, medico romano di 35 anni, esperto di “tossicomanie giovanili” (è il titolo di uno dei suoi libri), non sa nulla di “relazioni pubbliche”. Mentre aspetto, osservo muri scrostati, piastrelle divelte, caloriferi spenti. E non è più una sorpresa. Le porte sono tutte aperte: ragazzi su lettini di ferro, con l’ago della flebo nel braccio, altri che parlano fitto fitto con medici e infermiere, altri ancora che preparano la cena o lavorano nella tipografia accanto.

Un cartello ricorda che “l’indifferenza è la peggiore delle malattie”. Villa Maraini è il rifugio dei disperati, quasi tutti eroinomani. “A Roma sono ventimila”, mi dice un’infermiera, “e qui possiamo ospitarne non più di trentacinque per volta “. L’idea di trasformare questo casermone in una comunità terapeutica è di Massimo Barra. Da sempre si era occupato di emarginati. “Come ho cominciato? Semplice: mi piaceva la crocerossina che abitava nell’alloggio accanto.

Avevo otto anni e andavo con lei a fare le collette. Perché ho continuato? Soltanto per curare le mie nevrosi: aiutare il prossimo, aiuta me stesso”. Ha fondato i pionieri (il movimento giovanile della Croce Rossa, ottanta milioni di ragazzi in tutto il mondo), dei quali è stato presidente internazionale sino allo scorso anno. Attualmente presiede la Commissione per lo sviluppo della Croce Rossa. Barra ha cominciato ad occuparsi di tossicomani nel ’74, presso il Centro antidroga comunale di via Merulana. Sei anni fa ha proposto al presidente generale della Croce Rossa di utilizzare alcune stanze di Villa Maraini, allora abbandonata, per ospitare cinque tossicomani.

Un inizio deludente Racconta Barra: “Dopo pochi mesi ci si rese conto che era utopistico affidare cinque tossicomani ad una sola persona, che veniva letteralmente distrutta. L’esperienza sarebbe venuta con il tempo, a forza di analizzare gli errori commessi”. Sono arrivati i medici, le infermiere volontarie, i pionieri. Nel ’78 la gestione è passata al Comitato provinciale della Croce Rossa di Roma. Dal 1980 l’Unità sanitaria locale fornisce il vitto e i farmaci e retribuisce gli operatori: tre medici, tre psicologi, una assistente sociale.

Il Centro è aperto dalle 9 alle 21. Tutti coloro che si presentano vengono ammessi. “Rifiutiamo la preventiva selezione fra quelli che assicurano di voler abbandonare la droga e gli altri. Se chi vuole smettere è considerato un malato, chi non vuole smettere mi sembra che debba essere considerato ancora più malato, e quindi bisognoso di cure. La terapia? ” Non esiste una terapia valida per tutti. Chi afferma di conoscerla è un millantatore. C’è una terapia per ogni malato, personalizzata e in continua evoluzione.

Il nostro obiettivo è quello di prendersi cura di tutti secondo criteri di estrema flessibilità, lasciando largo spazio al malato di maturare innanzi tutto la voglia di curarsi, e poi contrattando con lui il tipo di terapia ritenuta più efficace in quel momento”. La Comunità è aperta: ogni giovane, dopo un periodo di prova di un mese, pu˜ liberamente entrare ed uscire. Nessun libretto, nessun schedario, nessuna cartella clinica. Soltanto tre regole da rispettare: vietati la droga, il furto, qualsiasi tipo violenza fisica. Pu˜ capitare il medico e lo psicologo puliscano la cucina o zappino l’orto insieme ai ragazzi. Anche se nel momento della necessità ognuno rientra nel proprio ruolo.

Dice Barra: “Tutti fanno tutto: è lo stare insieme che è terapeutico, il vivere alla pari, no con i propri problemi “. C’è un laboratorio per lavorare il cuoio e la ceramica. C’è una tipografia. Ci sono l’orto e il pollaio. “Lavorando assieme, giorno dopo giorno, vengono a galla quei fantasmi che hanno portato il giovane a drogarsi “. – Quali fantasmi? “Concause individuali, famigliari e ambientali: l’ “io” debole, anche conseguenza di fatti biochimici; lo squilibrio nel ruolo dei genitori (madre dominante e padre assente, più spesso genitori divorziati); la pressione del gruppo (una volta si diceva “cattive compagnie”) e le cause sociali, che vanno dall’eccessiva ricchezza all’eccessiva povertà.

E, comunque, sono ragazzi di ogni ceto sociale. Più ragazzi che ragazze, un rapporto di sette a tre, età media 23 anni”. – A Villa Maraini si svolgono anche sedute di terapia famigliare. Che cosa dite ai genitori? “Bandite le inutili scenate, gli atteggiamenti moralistici, i guarda come mi hai ridotto, la paura del vicino di casa “che non deve sapere”, la vergogna del figlio drogato, ma anche le attitudini inconscie alla complicità, le alleanze più o meno perverse, le ventimila lire date perché se no soffre, è bene che i genitori si preparino ad affrontare un certo numero di anni in cui la droga, direttamente o indirettamente, accompagnerà e condizionerà la vita della famiglia.

A loro, però, offriamo una certezza: non esiste dipendenza, anche la più drammatica, che non possa essere superata”. – In sei anni da Villa Maraini sono passati più di duemila eroinomani. Quanti di questi sono guariti? “Noi rifiutiamo le statistiche. Perché le statistiche servono soltanto a certi Centri per dimostrare la loro bravura, per ottenere finanziamenti. Che cosa significa guarito? Uno che non si buca più. E se per caso, quando non si buca più, sta peggio, magari perché gli esce una malattia mentale che prima la droga nascondeva, è guarito oppure no? E per quanto tempo uno non deve bucarsi per essere considerato guarito?

Un anno, due anni? Noi abbiamo avuto casi di ragazzi che si sono ribucati dopo quattro anni di astinenza. I ragazzi si drogano perché stanno male, e soltanto dopo stanno male perché si drogano. La terapia non è: non bucarsi, ma cercare il sistema di stare bene, perché quando si sta bene non c’è motivo di bucarsi”. – Lasciamo stare le statistiche dei guariti. Quanti ragazzi che approdano a Villa Maraini si fermano e quanti se ne vanno subito? “Qualche volta va bene, qualche volta va male. Forse la metà di questi ragazzi accetta di vivere nella nostra comunità. Noi ci accorgiamo che la terapia funziona quando il ragazzo inizia a riscoprire sé stesso. (Segue alla pagina successiva >>)

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