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«Impegnati nei campi nomadi di Roma come nelle aree di crisi del mondo»

Da: “Il Tempo” Roma 21 giugno 2008
Intervista a Massimo Barra presidente della Croce Rossa Italiana

Il «bene», nelle sue molteplici manifestazioni, può assumere anche la forma di un flusso di solidarietà e assistenza che riempie i vuoti rimasti fra governi e organizzazioni non governative. Questa mano benefica, e spesso miracolosa, si chiama Croce Rossa. E il suo presidente, Massimo Barra, che ha debuttato come volontario della Cri a soli otto anni e ha fondato a Roma il centro per tossicodipendenti «Villa Maraini», è convinto che nelle sue attività di frontiera la Croce Rossa dovrebbe collaborare alle emergenze sociali come l’immigrazione o la questione-Rom. Senza sostituire l’amministrazione pubblica e le forze dell’ordine, potrebbe così svolgere un ruolo prezioso di carattere umano e umanitario.

Presidente, in questi giorni lei ha fatto una sorta di tournée nel Sud-est asiatico. Che luoghi ha visitato e perché?
«Siamo stati in Thailandia, nel Laos, nello Sri Lanka e in India. Soprattutto nell’isola di Ceylon la situazione è pesante a causa della guerra con i Tamil. Colombo, la capitale, è tranquilla, l’Est del Paese è conteso fra governativi e ribelli e il Nord è sotto controllo delle “tigri”. Noi ci occupiamo di assistere le vittime, di distribuire acqua in zone attraversate dal conflitto e di fare prevenzione per l’Aids. A Batikaloa, per esempio, gestiamo due ambulatori dove curiamo i profughi provenienti dal Nord e in quell’area distribuiamo 45 mila litri di acqua al giorno. Abbiamo poi fornito cento biciclette ai nostri collaboratori del posto per andare nella giungla a fare informazione sulle malattie infantili e sull’Hiv. Infine, come continuazione del programma Tsunami, stiamo costruendo una nuova sede, che sarà anche centro di addestramento per gli “indigeni”, con 35 operatori locali».

E in India?
«A Chennai, l’antica Madras, nel profondo sud del Paese, stiamo lavorando a un progetto con un nostro operatore e 40 del posto. Vogliamo metter su un’officina meccanica per disabili, in modo che imparino un mestiere e possano inserirsi nel tessuto sociale e produttivo. Inoltre, stiamo costruendo un ospedale ortopedico per fornire protesi ai mutilati. E a Delhi ho incontrato i ministri della Salute e del Petrolio per stabilire un rapporto di collaborazione sulla prevenzione all’Aids. Lo stesso faremo nel Laos. Nel nord della Thailandia ci siamo dedicati alle donne che hanno nipoti orfani sieropositivi a carico. Tra loro ce ne sono 25 provenienti dal Myanmar. E, malgrado la Birmania sia chiusa all’esterno e sia difficile uscirne, queste donne sono state autorizzate per seguire il nostro corso».

Come reagisce la gente?
«Con entusiasmo. Chi viene addestrato ai principi della Salute li trasmette nei villaggi più sperduti e inaccessibili e questo crea anche coesione sociale in zone problematiche».

Com’è vissuto in quell’area il problema della droga?
«A Bangkok ne abbiamo parlato molto. Sono tutti preoccupati per l’inondazione di droga da Afghanistan e Pakistan. Ora ne arriva più di prima della guerra. E questi Paesi si stanno sviluppando, quindi con la crescita economica cresce anche il consumo di stupefacenti».

La guerra alle piantagioni non dà frutti?
«Le politiche di distruzione delle colture sono un flop, e lo sanno tutti anche se fanno finta di niente. È come il bimbo di Sant’Agostino che voleva svuotare l’oceano col guscio di una noce».

Allora, che fare?
«La strategia vincente e la vera prevenzione è la terapia mondiale. Curare per ridurre il danno. Prendersi cura dei tossicodipendenti evitando di criminalizzarli. Perché chi va in galera, entra drogato e esce criminale e la discriminazione uccide più del la droga».

È un problema di leggi?
«Le leggi contano poco. È la burocrazia che fa i danni maggiori, ostacolando chi lavora in questo settore. La cattiva amministrazione è il cancro dell’Italia. Non la politica, ma la politica del rinvio, del clientelismo che favorisce solo gli amici degli amici e non premia i migliori».

Si riferisce anche a Villa Maraini?
«In quella struttura si lavora senza stipendio. A giugno hanno pagato quelli di febbraio. Gli operatori sono veri eroi, molti ex tossici, che continuano a prevenire migliaia di reati e che ogni giorno incontrano e curano 700 tossicodipendenti».

Quale dovrebbe essere il futuro ruolo della Croce Rossa?
«Noi siamo il terzo pilastro mondiale fra Onu e Onlus. Questo essere in mezzo, riempire il gap che c’è tra governi e organizzazioni non governative, si riassume nel termine ausiliarità. In tale contesto, per esempio, potremmo gestire i centri dove arrivano i migranti. O essere presenti 24 ore al giorno nei campi Rom, dove potremmo fornire assistenza e garantire anche una prevenzione sulla sicurezza perché sapremmo sempre quello che accade. Tutto questo senza giudicare le leggi. Ma cercando di applicarle in modo umano e umanitario».

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