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Il Personaggio: «Croce Rossa, presenza fattiva nelle tragedie»

Da: “RomaSette.it” L’informazione on-line della Diocesi di Roma
Il presidente Massimo Barra traccia un profilo dell’organizzazione umanitaria attiva in 186 Paesi: «Educazione e prevenzione» le priorità

Rispetto della sovranità, ma anche capacità di denunciare, quando occorre, le situazioni più gravi. È il profilo disegnato da Massimo Barra, Presidente della Croce Rossa Italiana, per un organizzazione che a livello mondiale e nazionale svolge un servizio umanitario di primaria importanza. Sempre a metà strada fra rappresentanza governativa e società civile.

In uno scenario come quello attuale in cui i conflitti bellici vedono molte più perdite civili di quanto avvenga tra i militari com’è cambiata, se è cambiata, l’operatività della Croce Rossa?
Il nostro lavoro non è mutato, dal momento che siamo sempre interessati alle vittime, quali che siano. Però una volta era chiaro chi dichiarava guerra a chi e quale fosse la nazione occupante. Oggi la situazione è molto più complicata, perchè assistiamo a numerosi conflitti interni con diverse fazioni e di conseguenza la Croce Rossa Internazionale deve sempre mantenere buoni rapporti con più fronti, cercando di svolgere al meglio il ruolo di intermediario neutrale. Vede, per essere buoni non basta avere una buona idea, occorre il rispetto delle parti e della sovranità. Dico sempre che i “padroni di casa” devono essere d’accordo con le nostre iniziative.

“Medici senza frontiere” ed “Emergency” sono state fondate da due ex appartenenti alla Croce Rossa, che desideravano però strutture d’intervento e di relazione più agili e meno burocratiche. E’ un assetto o che nel futuro può riguardare anche voi?
È difficile, perché la nostra organizzazione è molto complessa e gli attuali livelli d’operatività sono i massimi possibili, compatibilmente con le dimensioni della struttura. La situazione delle ONG è diversa perché possono focalizzare la loro attenzione su alcuni contesti specifici, mentre noi siamo presenti in 186 Paesi nel mondo e rispondiamo ad un principio di “ausiliarietà” che è riconosciuto dagli stati.

Nell’ambito del seminario organizzato recentemente dal Mlac a Roma su “Etica socio-politica-economica” lei ha accennato ad una diversa collocazione, anche mediatica, che dovrebbe guadagnare la Croce Rossa. Puoi spiegarci meglio cosa intende?
Io sostengo che oggi chi non appare non esiste e che la visione dei Tg è fonte di frustrazione e di sofferenza per milioni di persone che non tollerano soltanto le cattive notizie che sono propagate dai mezzi d’informazione. Far apparire la Croce rossa è un modo di far vedere che qualcuno interviene in modo fattivo nelle tragedie nel mondo. Un nostro noto esponente diceva, in passato, che il ruolo della CRI è importante non tanto per quello che diciamo, ma per quello che facciamo. I tempi c’insegnano che non è più così. Certo, mi rendo conto che non è facile, poiché la Croce Rossa deve trovare uno spazio di maggiore visibilità individuando, però, il punto in cui convergono la denuncia delle situazioni più gravi, la salvaguardia delle popolazioni coinvolte e la tutela dei nostri operatori sul campo.

Lei ha parlato anche di una Croce Rossa che deve essere sempre più aperta e pronta a “sporcarsi le mani”. Possiamo ricordare i molti fronti in cui la Croce Rossa Italiana è impegnata nel nostro Paese?
Per esempio la gestione di alcuni Centri di Prima Accoglienza, che ospitano migliaia di extra comunitari, in cui riusciamo a rendere compatibili le esigenze di sicurezza dello Stato con il rispetto dei detenuti. Poi ci sono le attività di strada nei confronti dei tossicomani, e la specifica struttura di Villa Maraini. Su quest’aspetto, in particolare, La Croce Rossa Italiana cerca di focalizzare l’attenzione soprattutto sui tossicomani patologici, quelli talmente coinvolti dalla dipendenza da non riuscire nemmeno ad ipotizzare di chiedere aiuto, incontrandoli per strada per provvedere a una riduzione del danno. Più recentemente, poi, abbiamo organizzato a Palermo un summit delle società mediterranee di Croce Rossa per affrontare il problema dell’emigrazione. Vi è sempre più l’esigenza di elaborare strategie comuni, dal momento che la migrazione è una questione enorme anche per quei paesi del Sud che non sono soltanto “esportatori”di questo fenomeno, ma ricevono a loro volta masse imponenti di migranti con i problemi che si possono facilmente immaginare.

Tra le campagne in cui siete impegnati nel nostro Paese, vi è quella per la sicurezza stradale, promossa a livello europeo, e quella per le vaccinazioni. Qual è esattamente il ruolo della CRI in questi ambiti?
Facciamo educazione e prevenzione, che è uno dei compiti delle Croce Rossa Internazionale. Inoltre, essendo presenti in 1.500 località del nostro Paese, operiamo anche come cassa di risonanza per molte società scientifiche e associazioni impegnate nella ricerca e nella tutela della salute. C’è poi un impegno con le scuole che, però ritengo insoddisfacente. Una volta, negli anni ’50 e ’60, i ragazzi erano automaticamente associati alla Croce Rossa giovanile. Mi rendo conto che si trattava di una decisione un po’ autoritaria, però credo che fosse un modo giusto per sensibilizzare i più giovani. Oggi, ogni scuola decide per conto suo e bisogna fare opera di convincimento per organizzare attività specifiche.

Esistono attività speciali che coinvolgono la Croce Rossa Italiana?
Esistono gli “Opsa”, operatori polivalenti di salvataggio in acqua, con brevetti specifici. Abbiamo poi i volontari che fanno il soccorso sulle piste da sci, così come unità cinofile. Si tratta anche in questo caso di privilegiare le esigenze delle comunità locali nello spirito di quella che è la nostra linea d’intervento.

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