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Ecco perché la Croce Rossa collaborerà al censimento

Da: “la Padania” Milano 01 luglio 2008

Massimo Barra, dal 2005 alla guida della Croce Rossa Italiana del dopo Scelli, è pronto. Alla Cri hanno appena affidato il compito di censire i rom che vivono a Roma e dintorni.

Barra, quando iniziate il censimento?
«Questa settimana avremo un incontro con il comitato provinciale e la prefettura di Roma per organizzare la prima task force operativa. Se tutto va bene il 10 luglio si parte».

Sarà soddisfatto visto che fu proprio lei a lanciare il progetto?
Direi di sì. Più di un mese fa, all’inizio di questa emergenza, ho avuto un incontro con il ministro dell’Interno Roberto Maroni in cui abbiamo discusso della nostra esperienza come Croce Rossa nei campi nomadi in Lombardia e a Torino. In quell’occasione gli accennai all’ipotesi di una nostra presenza fissa nei campi nomadi e di un possibile censimento dei suoi abitanti. Oggi vedo che il ministro l’ha recepita e ha inserito la Cri nel decreto sicurezza con la facoltà dei prefetti di poterla utilizzare.».

Mi scusi presidente: proprio il prefetto di Roma, Carlo Mosca, commissario governativo per i nomadi per il Lazio, ha detto che nel censimento che sarà fatto nei campi nomadi della città non farà prendere le impronte digitali ai bambini rom. Come la mettiamo?
«Io rispondo che come Croce Rossa applicheremo le leggi. Noi siamo una sorta di intermediari neutri nelle emergenze».

Va bene però Mosca è stato chiaro: niente “schedature”. Dunque?
«Si ma allora non capisco una cosa…»

Che cosa non capirebbe?
«Prendere le impronte digitali per chi entra negli Usa va bene, ma qui a casa nostra no?» .

Eppure per qualcuno un censimento del genere è un po’ come la ghettizzazione: è d’accordo?
Le ripeto, io che sono italiano e devo andare ne gli Stati Uniti sono obbligato a dare le mie impronte digitali. E non mi sembra che nessuno abbia mai detto nulla. Lo facciamo da noi e piovono critiche ovunque. Allora non posso che vedere in tutto questo un pregiudizio piuttosto marcato».

A Roma che aria si respira attorno ai campi nomadi?
«Pesante. Oggettivamente c’è un conflitto tra i romani e i rom. Ma si può risolvere, soprattutto at traverso la creazione di ponti più che di muri»

E il censimento voluto dal Viminale va in questa direzione?
«Io ne sono convinto. È un ottimo inizio».

Come pensate di essere accolti nei campi rom? Non sembrano luoghi molto ospitali…
«Mi auguro bene. Non andiamo contro di loro ma per far si che non siano abbandonati a se stessi. Nessun pregiudizio, nessuna discriminazione ma solo la voglia di fare qualcosa di positivo».

Comunque al massimo vi fate scortare, o no?
«Mai. Che bisogno abbiamo. La nostra sicurezza è rappresentata dall’emblema cucito sulle nostre maglie. Per questo mi aspetto di non trovare grosse difficoltà».

Arrivate al 10 luglio forti dell’esperienza della Cri nel campo nomadi di Torino. Come è andata?
«Molto bene. Ci siamo occupati della scolarità, delle vaccinazioni, di prevenzione, sanità, lavoro, abbiamo insomma cercato di ridare dignità a quel luogo. E anche la popolazione italiana si è sentila più sicura, riconoscendoci l’ottimo lavoro svolto. Ecco perché secondo me questo modello può essere replicato su tutto il territorio nazionale.

Avete già in mano una stima della presenza dei rom a Roma e dintorni?
«Si parla di circa 10 mila presenze. Ecco vede, le posso dire una cosa.

Prego?
Tanto per capire: noi le stime, o meglio i censimenti li facciamo ogni volta che siamo chiamati a fronteggiare un’emergenza: che sia un’alluvione, un terremoto come a Phucket, una guerra come in Kosovo. Si fa il campo base e poi si parte con la schedatura. Se le intenzioni sono buone, non capisco il perché di tanti no».

Quanto durerà il vostro lavoro?
«Dobbiamo finire entro il 15 ottobre».

Tre mesi: ce la fate?
«Mi auguro proprio di si».

E dopo che si aspetta?
«Spero in una presenza fissa della Cri nei campi rom del Paese per il fatto di avere un valore aggiunto rispetto alle altre forze dello Stato che hanno compiti più repressivi che umanitari».

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