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Droga libera? Perché no

Da: “Menabò”: mensile di opinione e di informazione del settore naviganti della FILT-CGIL n. 2, anno 1 – settembre-ottobre 1987 – Roma.
Per il contributo medico pubblichiamo qui l’intervista al prof. Massimo Barra, Presidente del gruppo di esperti sulle tossicomanie della Croce Rossa Internazionale, fondatore di Villa Maraini, Consulente per le tossicomanie al Comune di Roma; autore del libro “Tossicomanie giovanili: tecniche di recupero”, (Savelli, 1982).

Uno dei ragazzi di San Patrignano, nella lettera aperta in risposta a Pannella, ha parlato di questa proposta come della premeditazione di una strage. Condividiamo, ma siamo convinti che sia solo dall’analisi del momento che potremmo trovare risposte, e chiediamo alla sinistra: se lasciamo che la dominante culturale sia ancora l’esaltazione dello specifico individuale, ed è chiaro che a soccombere sarà sempre il debole o chi, comunque è tagliato fuori dai disegni del capitale, demandare allo Stato la gestione e la distribuzione indiscriminata delle droghe, non significa legittimare l’avvio di una sorta di “soluzione finale” nei confronti di chi in qualche modo disturba l’ordine delle cose?

Ciò che ci preoccupa è proprio questo tipo di strage: quella di uno Stato che si fa assistenziale o, peggio, provvidenziale nei confronti delle tossicodipendenze, creando così una sacca sociale assolutamente assente e incapace di determinare le condizioni dei giochi; è il disperdersi del potenziale di aggregamento politico, è l’annientamento della capacità giovanile d’indignazione, è l’interruzione scientifica di quel formidabile dispositivo d’allarme che è sempre stata la rivolta giovanile nella storia, come denuncia delle disfunzioni sociali.
Dice fra l’altro Pannella su un quotidiano di qualche giorno fa: “La droga al supermarket significherebbe il pieno e sovrano dominio delle leggi sulla coltivazione, la produzione, il trasporto, la vendita, il consumo. Significa controlli… poco o molto efficaci, leggi buone o cattive, ma tuttavia barriere, invece dell’attuale “divieto di tutto”, cui corrisponde la più selvaggia delle deregulations, il più determinato ritirarsi dello Stato da ogni funzione di controllo e indirizzo sociale”.

Qual è la tua risposta?
“Ma io credo che l’obiettivo fondamentale di uno Stato in tema di salute debba essere quello di tutti: cercare comunque che la gente si ammali il meno possibile, e sia il più possibile in piena efficienza psico-fisica.
Ora, il consumo di qualunque tipo di droga va contro la politica della società per tutti. Perché le droghe fanno male. Fa male il tabacco, fa male l’alcool, fa male l’eroina, fa male il fumo, fanno male tutte; certo, alcune più di altre.
Uno Stato che liberalizzi diventerebbe uno Stato spacciatore; ma lo Stato quando si mette a fare lo spacciatore non ci guadagna, il monopolio del tabacco non porta poi un grande vantaggio alle casse dello Stato, è un vantaggio solo apparente: perché poi lo Stato lo paga pesantemente in termini di invalidità, di morti, di pensioni, di ricoveri, delle conseguenze che il consumo di una droga inevitabilmente comporta.
Sarebbe una magra consolazione che l’utile della coltivazione e del consumo vada nelle tasche dello Stato, piuttosto che in quelle dei privati. Non ci vedo nessun particolare vantaggio”.

A proposito dei gruppi di potere e di distribuzione internazionali, l’indicazione pannelliana di liberalizzare l’eroina in Italia non farebbe di questa nazione una sorta di isola felice per la protezione degli spacciatori che continuerebbero ad operare in tutto il resto del mondo?
“Sicuramente è impensabile che una sola nazione diventi liberalizzatrice, non foss’altro perché diventerebbe automaticamente il rifugio di tutti i consumatori del mondo attratti dall’isola felice. Semmai la liberalizzazione debba passare, questo dovrebbe essere a livello intercontinentale.
La vedo come proposta utopistica e, ribadisco, dannosa; dannosa perché se la droga è di facile reperimento la gente si droga di più che se non è di facile reperimento. Questo per me è oggettivo. Che poi del guadagno ne usufruisca lo Stato o lo spacciatore per me è assolutamente ininfluente: non vedo le tasche dello Stato più pure o meno soggette ai giochi di potere, agli inquinamenti o ai condizionamenti di quelle degli spacciatori: cambierebbe il tipo di bande, sarebbe solo un trasferimento del potere, e per me è assolutamente irrilevante; a me interessa il povero cristo che poi paga.
Il problema è se, avendo la droga facile e a disposizione, ci sarebbe più gente che la consuma o meno. Io sostengo che il consumo di una droga, come il consumo di qualsiasi cosa, quello delle patate, delle cipolle, dei ravanelli, sia proporzionale alla facilità del reperimento. Quindi l’equazione che mi interessa è: droga facile più consumo/droga difficile meno consumo.
Tanto è vero che la droga più facile e a buon mercato, il vino, viene consumata e provoca in Italia 35.000 morti, e nessuno se ne preoccupa. La mia ottica è diversa da quella dei sociologi e dei politologi: la mia è un’ottica medica e umanitaria, l’altra è quella della guerra fra bande, nella quale non riesco a riconoscere le bande legali migliori di quelle illegali.
E si verrebbe a creare una situazione analoga a quella in cui si trovano gli alcoolisti, che non danno fastidio a nessuno, perché si ammazzano in silenzio, e finiscono morti non sul giornale, ma nei reparti di epatologia, d’alcologia, negli ospedali generali.
Certamente ci sarebbe una diminuzione delle persone costrette a delinquere perché agganciate alla droga, non v’è dubbio: tutte le forme di proibizionismo comportano un mercato nero, bisogna vedere se il gioco vale la candela, se cioè per diminuire i furti vale la pena di ammazzare un elevato numero di persone.
Il problema è lottare per evitare che persone fragili e deboli poi capitolino di fronte alla droga; lo sforzo deve venire dalla società e dagli operatori, deve essere educativo e costruttivo, è troppo facile trincerarsi dietro il “se vuoi morire, puoi farlo, purché non intralci il cammino del giusto”. (Segue alla pagina successiva >>)

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