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Cosa ci fa la Croce Rossa nella macelleria irachena?

Da: “Carta” supplemento settimanale del Manifesto – giovedì 27 maggio-2 giugno 2004
Intervista a Massimo Barra di A. P.

CONOSCIAMO Massimo Barra da molti anni, perché a Roma villa Maraini è un punto di riferimento «storico» per chi ha problemi di dipendenza. Fondata dallo stesso Barra nel 1976, Villa Maraini è un luogo di confine per i tossicodipendenti che non scelgono la strada della comunità. Ed è dentro la grande area della Croce Rossa, tra prati e padiglioni ottocenteschi, nel quartiere Gianicolense, che incontriamo Barra, questa volta non per parlare di tossicodipendenti ma di guerra.
Da aprile, infatti, è vice presidente della Federazione internazionale della società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa e, come dice scherzando, dei suoi tre cappelli questo è quello «rispettabile», come quello di primario nella clinica Madonna del Tufo, ai Castelli romani.

Il tuo lungo lavoro alla Croce Rossa ti ha portato in giro per il mondo, a rincorrere guerre e vite umane. C’è chi pensa che la Croce Rossa ricopra un ruolo troppo istituzionale per essere davvero «super partes».
Quando si parla di Croce Rossa internazionale si parla di una famiglia che ha un padre, una madre e tanti figli: il padre è il Comitato internazionale che ha sede a Ginevra, è composto solo da cittadini svizzeri e ha la prerogativa di intervenire, in applicazione delle Convenzioni di Ginevra, ovunque ci sia un conflitto.
La madre è la Federazione delle società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, che ha sede a Ginevra, è composta di cittadini di tutto il mondo e federa 181 società della Croce Rossa e Mezzaluna rossa. Le 181 federazioni sono i figli, una per ogni stato.

Prima di parlare dell’Iraq, parliamo di un’altra guerra che non si vuole definire tale: Israele e Palestina. Anche alla luce dell’esplodere del fenomeno delle torture.
Ci sono sicuramente, in questa ulteriore guerra, violazione delle Convenzioni di Ginevra, che il Comitato internazionale ha denunciato anche pubblicamente.
La Croce Rossa interviene nelle aree di guerra. Ma il governo italiano afferma di non aver inviato truppe in un conflitto ma solo in una missione di pace. Come si spiega?
Se c’è una forza occupante, una coalizione in un territorio nemico, quella è una guerra, e quindi si applicano le Convenzioni di Ginevra. Si può discutere del fatto che in questa guerra ci sono stati due momenti, ma questo è un concetto politico e non riguarda la Croce Rossa. Indubbiamente, l’applicazione delle Convenzioni di Ginevra è legata al fatto che c’è una attività bellica.

Ed è stato il governo a inviare la Croce Rossa italiana?
Il governo italiano ha finanziato e continua a finanziare l’attività che la Croce Rossa italiana sta svolgendo in Iraq.

Per quanto tempo ancora?
Qui si scontrano due punti di vista: uno romantico, che ci spinge a stare là perché c’è bisogno: noi fino ad ora abbiamo fatto più di cinquantaseimila interventi sanitari. L’altro orientamento è quello di chi dice che noi non possiamo salvare tutto il mondo e che forse sarebbe il caso che andassimo via, anche perché stiamo operando in una situazione molto confusa e anche molto pericolosa.
Nel frattempo, abbiamo mandato una missione in Siria perché c’è un flusso di persone che dall’Iraq va in Siria, e c’è bisogno di avviarle al servizio sanitario siriano.
Avete avuto un ruolo anche nella vicenda degli ostaggi italiani…
Il nostro commissario straordinario, il giorno che hanno sequestrato gli ostaggi italiani, è partito per Baghdad in fretta e furia, e non è ancora tornato. Si è imposto un imperativo: quello di tornare con gli ostaggi. In questo mondo di ragionieri e di burocrati, in cui c’è gente che gode nell’ostacolare chi fa qualcosa, ecco qualcuno che è disposto a spendersi. Il giudizio verrà a posteriori: se riuscirà, tutti diranno che la Croce Rossa è eroica, ma se purtroppo le cose dovessero andare male, allora ci sarà un coro di denigratori.
Una previsione è impossibile, ma una cosa posso dire: sarebbe dovuto tornare alcuni giorni fa e all’ultimo momento ha disdetto la partenza. Segno, forse, che qualche segnale positivo lo ha. (Segue alla pagina successiva >>)

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