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Ci vuole più rispetto per il malato

Da: “lazio Sanità” quindicinale d’informazione. Anno II – N. 13 30 dicembre 2004
Massimo Barra, fondatore di Villa Maraini e vice-presidente della Croce Rossa
Il problema centrale rimane la formazione degli operatori

Ospedali, rivoluzioni teologiche, costituzione del 118: un anno denso di avvenimenti. Qual è il suo giudizio?
Non posso dare un giudizio globale, preferisco attenermi al mio campo. E non è stato un anno facile. Anzi, per Villa Maraini e stato un anno durissimo: sempre in prima linea e poco supportati dalle autorità. La Regione ha dato segnali positivi di riconoscimento del nostro ruolo, ma ormai è noto che il nostro campo è relegato al ruolo di Cenerentola della sanità.. Il tossidipendente, fatemi passare la metafora, è considerato un vuoto a perdere. Non è un problema di quest’anno, sono trent’anni che i Sert sono relegati nel dimenticatoio schiacciati tra l’insensibilità delle burocrazia e la disperazione di chi chiede il nostro aiuto. Insomma neanche questo è stato l’anno della svolta, per noi e per chi opera nel nostro settore.

Allora, cosa chiede per Villa Maraini?
Vorrei quello che ho già chiesto con ogni mezzo di comunicazione. Vorrei soltanto che finalmente ci venissero riconosciute le prestazioni che abbiamo erogato e che non ci sono state pagate. Per farvi capire la situazione, aggiungo che solo ora, a fine dicembre, siamo riusciti adesso a retribuire i nostri operatori per il mese di settembre.

Cos’è che la Giunta quest’anno doveva assolutamente fare e non ha fatto?
Credo che ci voglia un’ulteriore rivoluzione culturale nella sanità. Una rivoluzione che deve partire dalla formazione degli operatori: formazione da un punto di vista non professionale ma morale. Mi spiego: vedo malati maltrattati da personale non formato per affrontare situazioni spesso al limite. E di questo parlo, di una scuola che riporti i valori che una volta erano le basi dell’apprendimento per un infermiere: umanità e comprensione, oltre alle conoscenze mediche. Bisognerebbe umanizzare i reparti, è qui che si dovrebbe intervenire. E’ anche vero che in Italia servono almeno 50 mila infermieri. Allora si arriva al paradosso: nel mio reparto ho infermieri quasi del tutto extracomunitari che sono molto qualificati, ma che purtroppo incontrano, soprattutto inizialmente, un grosso limite nella lingua. Potevo consigliare una scuola – quella da cui provengo: la Scuola Agnelli della Croce rossa – ma l’hanno chiusa. Forse funzionava troppo bene.

Che regalo farebbe alla sanità regionale?
Stavolta l’augurio si estende su tutto il territorio nazionale. Vorrei, ricollegandomi a quanto detto prima sull’ umanizzazione delle corsie, e chiedere che le strutture ospedaliere rimangano aperte 24 ore su 24 per accogliere i parenti, gli amici dei pazienti. Dobbiamo capire che i parenti sono una risorsa per gli ospedali, vanno “sfruttati” in questo senso, devono essere introdotti nel processo terapeutico del malato. Un paziente che ha deciso di morire perché è solo, ci riuscirà nonostante le cure dei caso.

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