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Carcerati: pazienti “scomodi”

Da: “Corriere della Sera” di domenica 12 maggio 1985

Pur essendo all’avanguardia per le terapie sperimentali adottate nella cura delle tossicodipendenze e malgrado i successi conseguiti, Villa Maraini non è mai salita alla ribalta delle cronache dei giornali. Ne chiediamo il perché al dottor Massimo Barra, fondatore e direttore del Centro. Barra ha 38 anni, da 11 si occupa di tossicomanie e su questo tema è anche autore di numerose pubblicazioni. Presiede a Ginevra il gruppo di esperti della Croce Rossa Internazionale sulla droga ed è forse più conosciuto all’estero che in Italia. Con lui, a Villa Maraini, operano tre medici, tre psicologi e un’assistente sociale, oltre al personale volontario della Croce Rossa. “Credo che lavorare in silenzio non vada certo a scapito dell’efficacia – risponde -. Per operare bene nel campo delle tossicodipendenze non è necessario suonare la grancassa e commettere reati. Anzi, in questo modo si illude e si diseduca la gente, che ha un’attitudine emotiva nei confronti del problema ed è alla disperata ricerca di un rimedio universale e miracoloso. E poi l’opinione pubblica, come molti operatori del settore, accetta e si interessa solo dei tossicomani che vogliono smettere di drogarsi. Ma il vero problema è colui che non è motivato a smettere o che comunque ne è in un dato momento incapace. Noi siamo tra i pochi che non abbandonano questa fascia di pazienti, certamente i più “scomodi” e i più “difficili”.

Tra i pazienti scomodi, ci sono anche i carcerati che il Tribunale vi ha dato in affidamento…
“Gli affidati sono come gli altri. Anche qui bisogna distinguere i “motivati” da quelli che non lo sono. Noi ci stiamo occupando a fondo di questi giovani. In Italia ci sono circa 50.000 detenuti, la metà dei quali dichiaratamente tossicodipendenti. C’è l’esigenza di decongestionare le prigioni e di trovare un’alternativa per i tossicomani, non tutti adatti ad entrare in una comunità terapeutica chiusa. La soluzione è la via della “dimissione protetta” dal carcere, ed è per questo che accogliamo i semiliberi, che la sera tornano a dormire in prigione, e gli affidati, che vengono liberati solo a condizione di frequentare il nostro Centro”.

In genere nelle comunità terapeutiche c’è un’avversione spiccata al metadone e agli altri farmaci assimilabili. Condivide questa opinione?
“No, trovo che sia un atteggiamento violento, perché aggrava il malessere di chi non ce la fa a sopravvivere senza un sostegno farmacologico. E’ dannoso questo insistere sul “metodo pulito” in contrapposizione al “metodo sporco” del metadone. Il metadone ha un ruolo importante da svolgere nel migliorare la qualità della vita del tossicomane, anche se devo lamentare il cattivo uso che se ne fa in Italia e particolarmente a Roma per la scarsa conoscenza del farmaco da parte degli stessi medici che lo impiegano”.

Voi lo usate?
“Non possiamo perché impediti a farlo da un’assurda decisione della nostra USL, anche se aumenterebbe di molto l’efficacia di alcuni nostri interventi”.

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