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“Alla Cri zero politica, molti fatti”

Da: “Secolo d’Italia” di venerdì 16 dicembre 2005
Barra: in Iraq abbiamo curato 100mila persone, eppure qualcuno ci critica dal divano di casa…

«Mi trovavo a Kabul quando mi è stata comunicata la nomina, nell’ospedale ortopedico della Cri internazionale, tra i mutilati che ricevono le protesi e che vengono assistiti da altri mutilati già operati, ero tra trecento italiani che lavorano lì come elfi, come i nani di Biancaneve: ecco, quello che è luogo che meglio di tutti esprime il significato profondo della nostra missione».

Massimo Barra aveva otto anni quando iniziò a fare volontariato nella Cri, oggi ne ha 58 e da pochi giorni è stato investito della carica di presidente dell’organismo: il 28 dicembre gli sarà ufficialmente conferita la nomina, ma Barra è già al lavoro da giorni per tirare le fila di una struttura che conosce come le sue tasche. «Ho sempre lavorato nell’ombra — spiega — e ne vado orgoglioso», perché «la politica non rientra nei compiti della Cri», perché «è bello sapere che c’è qualcosa in Italia che appartiene davvero a tutti», perché «il mio è un ruolo difficile, io non sono Alice nel Paese delle meraviglie, lo so, ci sarà poca gloria, molti problemi da risolvere», perché «io credo nelle formichine italiane che nel mondo si fanno onore in silenzio».

Sembra un idealista, Barra, con l’aria vagamente antiproibizionista sui temi della droga, terreno sul quale è impegnato praticamente da sempre. Ma anche su questo, Barra si stacca di dosso un’etichetta scomoda: «Lo hanno scritto, lo so, ma non è vero, io non sono né antiproibizionista né proibizionista, la mia è una terza via, quella della conoscenza, dell’intervento differenziato, del caso per caso». Massimo Barra, però, ci tiene a sottolineare di non essere un tuttologo: «Parlo di quello che conosco, delle cose su cui lavoro, del volontariato fatto sulla strada, in 85 paesi del mondo visitati, e non certo da turista…». Dal Quirinale alle bidonvilles, dai grandi alberghi alle capanne di stracci, salotti, e celle di prigione, questa è la mia storia, racconta sul suo sito, nel quale viene individuato il nemico limaccioso del volontariato: «la stupidità della burocrazia».

Burocrazia, appunto. Da neopresidente delta Cri ne incontrerà tanta, ne è consapevole?
Non mi manca l’esperienza sul piano dell’amministrazione di un organismo, basti pensare che sono tuttora vicepresidente della Commissione sviluppo della Cri internazionale. Certo, è chiaro, la nostra missione è l’assistenza delle persone vulnerabili in tutto il mondo, ma al di là degli obiettivi atti e nobili so perfettamente che c’è da fare i conti anche con la gestione dell’Organiz¬zazione, con le risorse, i finanziamenti, i problemi dì personale, il precariato. Potrei dire che sono terrorizzato, ma forse non è vero, me la caverò.

Qual è oggi l’immagine della Cri italiana nel mondo?
Positiva in alcuni settori, nei quali siamo all’avanguardia, come sull’assistenza nelle terapie legate alla tossicodipendenza e alla cura dell’Hiv; meno rispetto alla quantità di interventi all’estero, rispetto ad altri paesi, come quelli scandinavi, che hanno molte meno emergenze da fronteggiare all’interno dei propri confini.

In quale aree del mondo è necessario rafforzare l’impegna della Cri italiana?
Sicuramente nei paesi dell’area mediterranea, uno scacchiere fondamentale per le dinamiche pace-guerra di tutto il mondo, ma anche nell’Asia centrale, Iran, Afghanistan, dove sarebbe necessario fornire una collaborazione ancora maggiore alla Mezzaluna Rossa anche su temi come la prevenzione dei traffici di droga e la cura dell’Aids.

Quale oggi il ruolo della Cri in Iraq?
Siamo impegnati nell’ospedale di Baghdad con il Comitato internazionale per dare sostegno al personale iracheno e come ausiliari delle forze armate italiane a Nassiriya.

Con quali risultati?
Aver curato oltre centomila iracheni feriti è un motivo di grande orgoglio e soddisfazione.

Con lei si chiude l’era-Scelli che giudizio da dell’ex commissario?
Ha lavorato con il cuore in mano, non certo da ragioniere, chi lo ha accusato di eccessivo protagonismo lo ha fatto da casa, al comodo di un divano. Mi levo tanto di cappello di fronte a Scelli, in Iraq poteva rimetterci la pelle nelle operazioni di rilascio degli ostaggi italiani, io non so se avrei avuto altrettanto coraggio.

Però adesso si è buttato in politica: non è contrario ai suoi principi di imparzialità, Barra?
Faccio tanti auguri a Scelli, è una sua scelta legittima, ma da commissario della Cri ha rispettato quei principi di indipendenza dalla politica che per noi sono irrinunciabili.

Visto il suo curriculum, Barra, lei potrebbe essere definito l’altra faccia di Gino Strada: molto lavoro sul campo, poca politica, zero pubblicità…
Porto molto rispetto per Emergency, ma è una cosa diversa dalla Cri, come Ong può prendere anche posizioni politiche. Noi, invece, dobbiamo godere della fiducia di tutti, senza barriere, senza pregiudizi. Certo, rispetto a Strada io non faccio politica oggi e non l’ho mai fatta: quando nel ’68 gli altri stavano a fare le barricate per strada, io già andavo a curare i feriti. Non sono mai stato un partigiano, nel senso di “uomo di parte”. Forse se fossi stato iscritto a qualche partito oggi sarei più conosciuto, ma va bene così: l’ho detto, mica sono Alice nel paese delle meraviglie…

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